mercoledì 23 agosto 2017

Più anziani non autosufficienti, meno posti letto: così i figli si indebitano per l’assistenza

Il paradosso è servito. Il Paese più vecchio d’Europa rischia di dimenticarsi dei propri anziani. In Italia il 21,4 per cento della popolazione ha più di 65 anni. La media europea è del 18,5. L’invecchiamento, del resto, non si ferma: nel 2050, secondo le stime Istat, gli over 65enni arriveranno a quasi 22 milioni, praticamente una persona ogni tre. Eppure, denuncia l’ultimo rapporto dell’Irccs Inrca (l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico per anziani), tra i grandi Paesi europei il nostro è l’unico a non aver riorganizzato in maniera organica il suo sistema di continuità assistenziale. Con il risultato che il «peso» delle cure ricade in gran parte sulle famiglie. Oggi in Italia sono almeno un milione le persone che dedicano parte dei loro giorni (e, spesso, ore di notti insonni) ad assistere parenti non più autosufficienti. Circa 561 mila famiglie, registra il Censis, hanno dovuto erodere i propri risparmi, vendere l’abitazione di proprietà o contrarre debiti per farlo. Dietro percentuali e statistiche, ci sono nomi e cognomi: storie di rassegnazione, amarezza e profonda solitudine. Un centinaio ne sono arrivate a La Stampa da tutta Italia grazie a «L’occhio dei lettori».
Le due strade
Senza scomodare la Costituzione, una legge per il diritto alla salute c’è già. È la numero 833 del 1978. «Dovrebbe garantire le cure, qualsiasi sia la malattia e senza limiti di durata. Il problema è che spesso, specie quando si parla di anziani, non è così», spiega Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, nata nel 2003 per tutelare i diritti delle persone non autosufficienti. Nel «modello» italiano ci sono due strade: la prima, più battuta, è la «domiciliarità» che secondo le stime dell’Auser, (l’Associazione per invecchiamento attivo) riguarda 2,5 milioni di anziani. La seconda è quella della «residenzialità», ossia l’insieme di strutture (pubbliche o private) in cui, secondo gli ultimi dati del 2013, sono ospitati 278 mila anziani autosufficienti e non.
Tra debiti e rassegnazione
In entrambi i casi, chiunque si trovi nella condizione di assistere un anziano non autosufficiente, sperimenta sulla propria pelle la carenza cronica di risorse pubbliche. Nel 2017 il Fondo per le politiche sociali ha perso 211 sui 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016 mentre quello per le non autosufficienze è stato ridimensionato a 450 milioni (contro i 500 previsti). Fondi che ora il governo ha annunciato di voler ripristinare con gli introiti della “Wb tax”. Inoltre, la fotografia scattata sulle dichiarazioni dei redditi 2016 evidenzia che oltre il 70% degli anziani ha un reddito complessivo inferiore a 14.600 euro netti. Una badante in regola ha un costo medio di circa 15 mila euro l’anno. Per molti, è un lusso.
Le lista d’attesa infinite
Ma la situazione è ancora più grigia per chi sceglie la residenzialità. Le strutture private chiedono circa 3-4000 euro al mese. E per quelle pubbliche (in cui la quota a carico dell’assistito è di circa la metà) prima ancora del pagamento delle retta il problema è l’accesso stesso alla prestazione. I posti letto disponibili in 5 anni hanno subito una sforbiciata del 23,6%. E le liste d’attesa si ingrossano. «I tempi per accedere a una struttura - spiega ancora Maria Grazia Breda - spesso si protraggono per anni e chi è dentro rischia di restarci poco. Il quadro è desolante. Ogni giorno siamo sommersi dalle telefonate di persone che chiedono aiuto per opporsi alle dimissioni forzate dei propri cari».

fonte:www.lastampa.it/Più anziani non autosufficienti, meno posti letto: così i figli si indebitano per l’assistenza - La Stampa

Donazione mediante operazione bancaria? Occorre l'atto pubblico

Il trasferimento per spirito di liberalità di strumenti finanziari dal conto deposito titoli del beneficiante a quello del beneficiario, a mezzo banca, non rientra tra le donazioni indirette, ma configura una donazione tipica ad esecuzione indiretta, per cui occorre la forma solenne dell’atto pubblico.
E’ quanto stabilito dalle Sezioni Unite civili nella sentenza 18725/17, depositata il 27 luglio scorso.
Il caso in esame riguardava il trasferimento di valori mobiliari in favore di un beneficiario, in virtù di un ordine impartito alla banca dal titolare del conto, deceduto pochi giorni dopo l'operazione.
La figlia del de cuius, ha citato in giudizio davanti al Tribunale di Trieste la beneficiaria di tale trasferimento, chiedendo, per la quota di un terzo spettante all'attrice sul patrimonio ereditario, la restituzione del valore degli strumenti finanziari, appartenenti al di lei padre. L’attrice ha inoltre invocato la nullità del negozio attributivo, in quanto privo della forma solenne richiesta per la validità della donazione.
La convenuta si è costituita in giudizio, evidenziando che il trasferimento era stato chiesto direttamente dal correntista e l'attribuzione doveva essere considerata, sia adempimento di obbligazione naturale, dettata dal legame affettivo che la legava al de cuius, sia donazione indiretta.
Il Tribunale adìto ha accolto la domanda, dichiarando nullo l’atto di liberalità. Diversamente, la Corte territoriale ha accolto il gravame proposto in via principale dalla beneficiaria, riconducendo la fattispecie esaminata nell'ambito della donazione indiretta, per la cui validità non è richiesta la forma dell'atto pubblico, bensì quella prescritta per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.
Avverso tale pronuncia, la figlia del de cuius ha proposto ricorso in Cassazione.
La questione esaminata dalle Sezioni Unite riguarda il rapporto tra il contratto tipico di donazione e le cosiddette donazioni indirette o liberalità atipiche; il primo regolato dall'art. 769 c.c., come l'atto con il quale, per spirito di liberalità, una parte arricchisce l'altra, disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa una obbligazione; le altre, previste dall'art. 809 c.c.
L’obbligo della forma solenne concerne solo la donazione tipica, ad eccezione per le donazione di modico valore, rispondendo alla necessità di tutelare il donante da scelte affrettate; per la validità delle donazioni indirette, non è richiesta la forma dell'atto pubblico, essendo sufficiente l'osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.
Nell’esaminare il caso in oggetto, le Sezioni Unite hanno considerato gli elementi di distinzione delle liberalità non donative rispetto al contratto di donazione. Sotto tale aspetto, la dottrina ha precisato che la donazione indiretta non si identifica completamente con la donazione, ovvero con il contratto diretto a realizzare la specifica funzione dell'arricchimento diretto di un soggetto a carico di un altro, il donante, che agisce per spirito di liberalità. Si tratta di liberalità che si possono ottenere con differenti modalità: ad esempio con atti diversi dal contratto; con contratti rispetto ai quali il beneficiario è terzo; con contratti caratterizzati dalla presenza di un nesso di corrispettività tra attribuzioni patrimoniali; con la combinazione di più negozi. Secondo la dottrina, inoltre, la configurazione della donazione come un contratto tipico a forma vincolata e sottoposto a regole inderogabili, obbliga le parti a ricorrere a questo tipo di contratto per il passaggio, per spirito di liberalità, di ingenti valori patrimoniali da un soggetto ad un altro, imponendo, però, l'onere della forma solenne soltanto quando le parti abbiano optato per il contratto di donazione.
La Suprema Corte ha rilevato che non è corretto inquadrare  nella donazione indiretta, il trasferimento per spirito di liberalità, a mezzo banca, di strumenti finanziari dal conto di deposito titoli del beneficiante a quello del beneficiario, in quanto l'operazione bancaria in adempimento dello iussum, costituisce la funzione esecutiva di un atto negoziale ad esso esterno, intercorrente tra il beneficiante e il beneficiario, il quale soltanto è in grado di giustificare gli effetti del trasferimento di valori da un patrimonio all'altro.
Dunque non si tratta di una donazione indiretta, ma di una donazione tipica ad esecuzione indiretta. In effetti, come rilevato in dottrina, da una parte gli strumenti finanziari che vengono trasferiti al beneficiario attraverso il virement provengono dalla sfera patrimoniale del beneficiante, mentre  dall'altra, il trasferimento si realizza mediante un'attività di intermediazione gestoria della banca, essendo  il bancogiro una semplice modalità di trasferimento di valori del patrimonio di un soggetto in favore di un  altro.
Inoltre, nel bancogiro, la banca non può rifiutarsi di eseguire l'ordine richiesto, sussistendo un rapporto contrattuale che la vincola al delegante, ammesso che vi sia la disponibilità di conto, a differenza di quanto avviene nella delegazione, in cui il delegato, ancorchè debitore del delegante, può non accettare l'incarico.
Per tali ragioni, le Sezioni Unite hanno enunciato il seguente principio di diritto: "Il trasferimento per spirito di liberalità di strumenti finanziari dal conto di deposito titoli del beneficiante a quello del beneficiario realizzato a mezzo banca, attraverso l'esecuzione di un ordine di bancogiro impartito dal disponente, non rientra tra le donazioni indirette, ma configura una donazione tipica ad esecuzione indiretta; ne deriva che la stabilità dell'attribuzione patrimoniale presuppone la stipulazione dell'atto pubblico di donazione tra beneficiante e beneficiario, salvo che ricorra l'ipotesi della donazione di modico valore".
In conclusione, la Cassazione ha accolto il ricorso, cassando  con rinvio la sentenza impugnata.

fonte:www.altalex.com/Donazione mediante operazione bancaria? Occorre l'atto pubblico | Altalex

In Italia troppo stress: il Tar concede il permesso di soggiorno allo studente straniero

Un ambiente culturale profondamente diverso in cui è complesso adattarsi, una situazione economica diventata difficile che l’ha costretto a cercarsi un lavoro, l’ansia dovuta alle alte aspettative dei genitori sul suo rendimento, sono tutti fattori da tenere in considerazione per decidere se rinnovare o meno un permesso di soggiorno per studio. E questo, anche se lo studente in questione non ha soddisfatto tutti gli obiettivi che la legge richiedeva lui per concederglielo.
Lo ha deciso il Tar del Piemonte, che ha accolto la richiesta di uno studente pakistano del Politecnico che si era visto negare il permesso di soggiorno dalla Questura perché aveva sostenuto solo sei dei sette esami che avrebbe dovuto aver conseguito per rimanere in Italia. Questa è la storia di M.I., aspirante ingegnere pakistano che, per il momento, potrà rimanere nel nostro Paese a studiare perché il tribunale ha sospeso la decisione della Questura e ha invitato l’ufficio immigrazione a tenere conto di vari fattori (e non solo quelli prettamente burocratici) prima di decidere nuovamente in merito al suo destino accademico.
LA VICENDA
La famiglia di M.I. non è particolarmente facoltosa. Ha dato dei soldi al figlio per andare a studiare in Italia e su di lui ha investito numerose aspettative. A metà del suo percorso di studi, però, i soldi su cui il giovane studente poteva fare affidamento diminuiscono. Problemi a casa rendono difficile mandarne altri e il ragazzo è costretto a cercarsi un lavoro part time per potersi mantenere in Italia. E’ in questo periodo che il percorso accademico subisce una frenata. Nonostante tutto, però, lo studente torna sui libri e ricomincia i corsi, recuperando parte del tempo perduto. L’impegno, a livello burocratico, non è però sufficiente e quando M.I. va in Questura per chiedere il rinnovo del permesso ma se lo vede negato. Ricorre contro la decisione e il Tar, dandogli ragione, invita le autorità a tenere in considerazione anche le problematiche psicologiche connesse al suo status di straniero che deve mantenersi.
I DOCUMENTI
Documenti in regola, assicurazione, certificati che attestino i corsi che si andranno a seguire nell’ateneo ospitante. Sono tante le carte che gli studenti non comunitari devono consegnare per riuscire a ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio nel nostro Paese. Tanti, poi, sono anche i paletti che le matricole devono rispettare per vedersi rinnovato, di anno in anno, il permesso. Prima fra tutte il fatto che il permesso di soggiorno per studio autorizza lo svolgimento di attività lavorativa part-time per un massimo di 20 ore settimanali e un limite annuale di 1040 ore. Il permesso di soggiorno per studio, poi, non può essere in ogni caso rinnovato per più di tre anni oltre la durata del corso di studi pluriennale. E a questo punto si allaccia anche la necessità di completare il percorso in tempi contenuti: la normativa prevede il superamento di un numero minimo di esami, cioè uno nel corso del primo anno e due durante quelli successivi.

Fonte:www.lastampa.it/In Italia troppo stress: il Tar concede il permesso di soggiorno allo studente straniero - La Stampa

Nuovo Libretto di famiglia, ecco come funziona

La manovra correttiva approvata definitivamente dal Parlamento lo scorso 15 giugno ha colmato il vuoto lasciato dall’abrogazione dei voucher inserendo una nuova disciplina che regolamenta le prestazioni di lavoro occasionali. Tale disciplina varia a seconda che l’utilizzatore (datore di lavoro) sia una persona fisica o un’impresa.
Il libretto di famiglia. Nel caso, infatti, delle persone fisiche il ricorso alle prestazioni occasionali deve avvenire per il tramite del “Libretto di famiglia”, un libretto nominativo prefinanziato contenente titoli di pagamento, il cui valore nominale è fissato in 10 euro, utilizzabili per compensare prestazioni di durata non superiore a un’ora, che gli utilizzatori potranno utilizzare per il pagamento delle prestazioni occasionali rese a loro favore nell’ambito di:
– piccoli lavori domestici, compresi lavori di giardinaggio, di pulizia o di manutenzione;
– assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con disabilità;
– insegnamento privato supplementare.
Il libretto si acquisisce attraverso la piattaforma informatica INPS operativa a decorrere dallo scorso 10 luglio.
Limiti. Il ricorso alle prestazioni professionali non è libero ma deve avvenire entro i seguenti limiti annuali (anno civile):
– ciascun prestatore, con riferimento alla totalità degli utilizzatori, può percepire compensi di importo complessivamente non superiore a 5.000 euro;
– ciascun utilizzatore, con riferimento alla totalità dei prestatori, può erogare compensi di importo complessivamente non superiore a 5.000 euro;
– le prestazioni complessivamente rese da ogni prestatore in favore del medesimo utilizzatore, possono dar luogo a compensi di importo non superiore a 2.500 euro.
Tali importi sono riferiti ai compensi percepiti dal prestatore, ossia al netto di contributi, premi assicurativi e costi di gestione. La misura del compenso è calcolata sulla base del 75% del suo effettivo importo, esclusivamente nel rapporto tra ciascun utilizzatore con riferimento alla totalità dei prestatori, per le seguenti categorie di prestatori:
– titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità;
– giovani con meno di venticinque 25 anni di età, se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado ovvero a un ciclo di studi presso l’università;
– persone disoccupate;
– percettori di prestazioni integrative del salario, di reddito di inclusione (REI o SIA, che costituisce la prestazione di sostegno all’inclusione attualmente vigente e destinata ad essere sostituita dal REI), ovvero di altre prestazioni di sostegno del reddito.
Aspetti previdenziali. Ai sensi della nuova disciplina, per ciascun titolo di pagamento erogato sono interamente a carico dell’utilizzatore la contribuzione alla Gestione separata, stabilita nella misura di 1,65 euro, e il premio dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, stabilito nella misura di 0,25 euro; un importo di 0,10 euro è destinato al finanziamento degli oneri gestionali.

Fonte: www.fiscopiu.it/Nuovo Libretto di famiglia, ecco come funziona - La Stampa

Tira una testata al collega: licenziato per giusta causa

Qualora il licenziamento sia intimato per giusta causa consistente in una pluralità di fatti, ciascuno di essi autonomamente costituisce una base sufficiente per giustificare il provvedimento del datore di lavoro, salvo che il lavoratore dimostri che solo prendendo in considerazione tutti gli episodi congiuntamente, per la loro gravità complessiva, risulti impossibile la prosecuzione – anche provvisoria – del rapporto di lavoro.
Così ha deciso la Cassazione con la sentenza n. 18836/17, depositata il 28 luglio.
Il caso. La Corte d’Appello, in continuità con quanto disposto dal Tribunale, respingeva l’impugnazione del licenziamento disciplinare sollevata dal lavoratore.
La Corte riteneva sussistente l’addebito al lavoratore consistente nell’aver aggredito un collega dapprima verbalmente e successivamente con un colpo di testa inferto al volto.
Tale comportamento integrava la giusta causa di licenziamento per lesione immediata del vincolo fiduciario con il datore di lavoro. Avverso tale pronuncia il lavoratore ricorre in Cassazione.
Licenziamento per giusta causa. Secondo la Cassazione è da applicarsi il principio secondo il quale «qualora il licenziamento sia intimato per giusta causa, consistente in una pluralità di fatti, ciascuno di essi autonomamente costituisce una base idonea per giustificare la sanzione, a meno che colui che ne abbia interesse non provi che solo presi in considerazione congiuntamente, per la loro gravità complessiva, essi sono tali da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro».
Il datore di lavoro non è inoltre tenuto a dimostrare che aveva licenziato il dipendente per i soli episodi addebitati, ma era al contrario onere del lavoratore dimostrare che le condotte integrassero un giusto licenziamento solo se complessivamente esaminate.
Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Tira una testata al collega. Licenziato per giusta causa - La Stampa

Equitalia, se perde paga le spese

Spese processuali interamente a carico di Equitalia, e ora della nuova Agenzia Entrate-Riscossione, nel caso di annullamento della cartella esattoriale. È infatti illegittima la compensazione dei costi di lite anche se il cittadino ha perso il primo grado di giudizio e vinto il secondo. Con una decisione che renderà felici quanti si sentono ingiustamente e spesso condannati a contribuire alle spese del processo tributario nonostante la nullità dell’atto impositivo, la Corte di cassazione, ordinanza n. 20261 del 22 agosto 2017, ha accolto il ricorso di un cittadino che, nonostante l’invalidità della pretesa fiscale, era stato condannato a versare parte dei costi del processo.

fonte:www.italiaoggi.it/Equitalia, se perde paga le spese - News - Italiaoggi

martedì 22 agosto 2017

La riparazione per l'ingiusta detenzione: istanza ed elementi di valutazione

L'art. 315 c.p.p. nel disciplinare il procedimento per la riparazione dell'ingiusta detenzione, richiama le norme sulla riparazione dell'errore giudiziario e, pertanto, l'art. 645 c.p.p. che stabilisce che l'istanza deve essere presentata dalla parte interessata o dal suo procuratore speciale. La sua proposizione, in quanto espressione della volontà della parte di far valere il diritto alla riparazione in giudizio, può avvenire, oltre che personalmente dall'interessato, anche per mezzo di un procuratore speciale nominato nelle forme previste dall'art. 122 c.p.p., con esclusione del difensore con procura, avendo la legge voluto garantire sia l'autenticità dell'iniziativa, sia la sua diretta e inequivocabile derivazione dalla volontà dell'interessato. Infatti, dall'usuale contenuto del mandato ad litem, privo di ogni specifico riferimento all'azione da esercitare e contenente richiami a istituti del tutto estranei alla procedura in oggetto, si ricava la totale assenza di specificità del mandato medesimo e della esplicitazione della volontà della parte di trasferire al difensore il potere di esercitare l'azione riparatoria (Cass., sez IV pen, sent. 5 aprile 2017 n. 17199).
Il giudizio per la riparazione dell'ingiusta detenzione è del tutto autonomo rispetto al giudizio penale di cognizione, impegnando piani di indagine diversi. Il giudice della riparazione per decidere se l'imputato vi abbia dato causa per dolo o colpa grave, deve valutare il comportamento dell'interessato alla luce del quadro indiziario su cui si è fondato il titolo cautelare, e sempre che gli elementi indiziari non siano stati dichiarati assolutamente inutilizzabili ovvero siano stati esclusi o neutralizzati nella loro valenza nel giudizio di assoluzione.
La colpa grave ostativa al riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere integrata anche da comportamenti deontologicamente scorretti, quando questi, uniti ad altri elementi, configurino una situazione obiettiva idonea ad evocare, secondo un canone di normalità, una fattispecie di reato. (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto integrativa della colpa grave la condotta dell'imputato, Ispettore della Polizia di Stato, in servizio presso un Centro di Identificazione ed Espulsione, il quale - violando le le disposizioni regolatrici dell'attività della Polizia di Stato - aveva intrattenuto rapporti sessuali con persone che, essendo trattenute nella predetta struttura, si trovavano in una posizione di soggezione nei suoi confronti. - Cass. Sez. IV pen. sent. 14 dicembre 2016 n. 52871)

lunedì 21 agosto 2017

Città che vai imposta di soggiorno che paghi

L’imposta di soggiorno, ovvero un preciso esempio della burocrazia italiana e della sua complessità. Regole che cambiano da regione a regione, importi ed esenzioni che variano a seconda del territorio, differenti modalità di applicazione, province che la prevedono e altre che non lo fanno. Per avere una visione di insieme del contributo di soggiorno in Italia è necessario studiare diverse normative comunali e regionali, in quanto le disposizioni di base sono uguali per tutto il territorio italiano, ma le modalità di applicazione no.

L’imposta di soggiorno è un’imposta che grava sulle spalle di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive, ovvero non viene pagata dal proprietario dell’albergo o dell’appartamento ma direttamente da chi soggiorna nello stesso. Il contributo, secondo la legge, può essere applicato fino a un massimo di cinque euro a notte (tranne che a Roma, dove può arrivare ai dieci euro a notte). Il gettito ricavato è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, tra cui il recupero dei beni culturali e ambientali locali. Fin qui le regole sono uguali in tutta Italia. Ma, come detto, sono diverse le sfaccettature che contraddistinguono il contributo da regione a regione, tra cui prezzi, esenzioni, termini temporali. Inoltre, esistono città dove l’imposta non è prevista, come Bari o Cagliari

fonte:www.italiaoggi.it/Città che vai imposta di soggiorno che paghi - News - Italiaoggi

domenica 20 agosto 2017

Assenza di pochi minuti: licenziato

Licenziamento disciplinare anche solo per assenze di pochi minuti. Il giudice del lavoro di Imperia, nel confermare con ordinanza 10 agosto 2017 uno dei 32 licenziamenti disposti dal comune di San Remo nei confronti dei dipendenti che avevano imbrogliato sulle presenze in servizio, conferma l’estensione molto ampia della fattispecie della falsa attestazione della presenza. Ed evidenzia La responsabilità disciplinare prevista dalla legge solo erroneamente può essere intesa come connessa esclusivamente alla timbratura nell’orario di ingresso, ma riguarda qualsiasi allontanamento dal posto di lavoro non adeguatamente timbrato o comunque segnalato.

Fonte:www.italiaoggi.it/Assenza di pochi minuti: licenziato - News - Italiaoggi

venerdì 18 agosto 2017

Vaccini, bimbi esonerati solo con il certificato

È stato pubblicato il vademecum per le famiglie, le Asl e le scuole della nuova legge sui vaccini obbligatori. Le regole sono quelle del decreto legge approvato a fine luglio ma con alcune precisazioni necessarie per chiarire i dubbi sorti in queste settimane. Il decreto introduce come obbligatorie l’anti poliomielite, anti difterite, anti tetanica, anti epatite B, anti pertosse, e anti emofilo B (esavalente) che si fanno al terzo mese di vita. Seguono anti morbillo, parotite, rosolia e varicella.
Non tutti i bambini nati dal 2001 al 2017 dovranno farle tutte: per ogni classe di età verranno considerate solo le vaccinazioni previste a suo tempo dal piano vaccinale. L’obbligo vale anche per i richiami.
Chi ha preso una malattia è immunizzato in modo naturale e adempie all’obbligo vaccinale di solito attraverso la somministrazione di vaccini in formulazione monocomponente. Se però questo tipo di prodotti non sono disponibili in commercio, la profilassi sarà completata con vaccini combinati, «che non sono controindicati nei soggetti che hanno già contratto la malattia».
I vaccini possono essere omessi o differiti se c’è un pericolo per la salute dell’individuo, colpito da una malattia cronica o momentanea che rende pericoloso l’utilizzo di quei farmaci. Il pericolo va certificato.
È la Asl ad accertare chi non rispetta l’obbligo di fare la vaccinazione, controllando l’anagrafe sanitaria dove devono confluire anche i dati delle iniezioni fatte da pediatri e medici di famiglia. A quel punto avvia la procedura per fare il recupero della vaccinazione. Il Ministero invita le Regioni a predisporre prima possibile quella procedura dai medici e dai pediatri convenzionati.
Se una Asl accerta che un bambino non è in regola, convoca la famiglia e li invita a vaccinare, consegnando anche materiale informativo. Se i genitori non rispondono, vengono riconvocati con una raccomandata in cui li si invita a un colloquio. Se i genitori non si presentano o comunque dopo aver fatto il colloquio non vaccinano, viene contestato l’inadempimento dell’obbligo vaccinale. A quel punto sarà comminata la sanzione da 100 a 500 euro. La sanzione riguarda tutti gli eventuali vaccini mancanti e non sarà comminata ogni volta all’inizio di ciascun anno scolastico se la violazione resta la stessa. Il Ministero della Salute precisa che se l’inadempienza riguarda un bambino che va al nido o alla materna, scatta il divieto di frequentare.
I genitori che invece hanno già vaccinato i propri figli almeno per quest’anno dovranno portare il certificato di vaccinazione a scuola. Quando la riforma sarà a regime dovrebbe essere compito di Asl e istituzioni inviarsi i dati evitando ai genitori di dover fornire informazioni che le istituzioni dovrebbero già avere in modo autonomo.
Entro il 10 settembre di quest’anno la documentazione va portata a nidi e materne, mentre il 31 ottobre è il termine per le altre scuole. Per chi opterà per l’autocertificazione c’è tempo poi fino al 10 marzo per portare i documenti ufficiali. Chi invece deve recuperare delle immunizzazioni dovrà portare almeno la prenotazione alla Asl.
Va presentata la copia del libretto vaccinale vidimato dalla Asl o il certificato vaccinale oppure l’attestazione della Asl che dice che il bambino è in regola o comunica l’esonero, l’omissione o il differimento delle vaccinazioni obbligatorie per motivi di salute. È anche possibile presentare la prenotazione delle dimostrazioni mancanti presso i servizi dell’azienda sanitaria.

Fonte:www.lastampa.it/Vaccini, bimbi esonerati solo con il certificato - La Stampa

Postare video può essere reato

Attenzione a postare sui social audio e video all’insaputa dell’interessato: da novembre prossimo potrà scattare un apposito reato, punito fino a 4 anni. La legge 103/2017 ha delegato il governo a introdurre, entro tre mesi, il resto di fraudolenta diffusione di riprese audio o video di una persona inconsapevole. Certo dovranno ricorrere determinate condizioni, ma non si potrà agire a cuor leggero. Stiamo parlando della legge delega per la riforma delle intercettazioni.

Fonte:www.italiaoggi.it/Postare video può essere reato - News - Italiaoggi

giovedì 17 agosto 2017

Stalking: punibile chi entra costantemente nel profilo Facebook della ex

E’ perseguibile per stalking colui che si intromette nella vita privata di una persona, allo scopo di destabilizzarla con condotte ossessive e assillanti costanti, attraverso accessi indebiti e costanti nell’account email o nel profilo Facebook della stessa.
Lo ha stabilito la V Sezione Penale di Piazza Cavour con la sentenza n. 25940/2017 che ha confermato la sentenza della Corte di Appello con cui si era ribaltata quella di assoluzione di primo grado nei confronti di un uomo accusato di stalking.
Dal processo di primo grado era emerso che l’imputato aveva reso impossibile la vita della ex compagna con atti ripetuti nel tempo consistiti in minacce, ingiurie e offese pesanti sul profilo Facebook, via email e per telefono tanto da costringerla a cambiare completamente stile di vita, addirittura trasferendosi a casa della madre.
Il Tribunale, nonostante tali risultanze probatorie, con una sentenza alquanto lacunosa, illogica e contradittoria scagionava l’uomo poiché, a suo dire, dal dibattimento non era emerso il nesso causale tra le condotte persecutorie e lo stato di ansie e paure generato nella donna.
Nella fattispecie di reato ex art. 612 bis cp, delitto abituale di atti persecutori, l’evento è l’epilogo ottenuto da condotte consistenti in molestie e minacce reiterate nel tempo tali da procurare un’autonoma e unitaria offensività.
La reiterazione, elemento costitutivo, consiste nella ripetizione insistente, per più di una volta da parte dell’autore, con lo scopo di cagionare nella vittima un progressivo accumulo di ansie e frustrazioni tali da alterare lo stato psichico della stessa in forti ansie e paure.
La prova dell’evento, inteso come turbamento e mutamento piscologico, può ricavarsi dalle dichiarazioni della persona offesa, dai comportamenti della stessa generati dalle condotte dell’agente e dalle azioni di quest’ultimo il tutto in un quadro complessivo che tenga altresì conto delle condizioni di luogo e di tempo in cui si consumano le azioni dei protagonisti.
Nel caso in esame la vittima era stata costretta, al susseguirsi degli accessi abusivi, a cambiare profilo Facebook, indirizzo email, utenze telefoniche e addirittura la propria abitazione, simili azioni erano chiaramente il frutto di pressioni psicologiche subite dalle condotte dell’ex compagno che avevano inciso in modo significativo sulle abitudini di vita e naturalmente sulla sua libertà di autodeterminarsi della donna.
La Suprema Corte non sottovalutando gli elementi probatori emersi ha sostenuto, così come la Corte di Appello, l’esistenza del nesso causale, emerso dalla disamina del caso, secondo cui l’origine dei disturbi psichici e del peggioramento delle condizioni di salute della vittima era il frutto esclusivo delle rilevanti molestie assillanti dell’uomo.

Cassette di sicurezza violate, la banca deve risarcire quanto denunciato dal cliente

Nel contenzioso per il risarcimento da furto nella cassetta di sicurezza il giudice può basarsi anche solo sul giuramento estimatorio del cliente danneggiato. La banca, dal canto suo, non può opporre clausole di limitazione del valore e neppure contestare al cliente di non aver dichiarato – prima del furto ovviamente – oggetti e valori depositati nella cassetta.
La Cassazione – Prima civile, sentenza 18637 depositata il 27 luglio scorso – torna ancora una volta su un tema comprensibilmente molto sentito da chi si affida alla custodia bancaria. Il caso, riattualizzato dal ricorso di legittimità, risale a un episodio avvenuto ben 23 anni fa in un istituto di Torre Annunziata. Ignoti, approfittando di una serie di “sviste” da manuale (dalla abituale disattivazione del sistema di allarme alla porta del caveau “sistematicamente lasciata aperta”) avevano trafugato oro, gioielli e valuta dalla cassetta – tra le altre – di una signora. La quale, vistasi negare il risarcimento dal tribunale locale, che aveva generosamente riconosciuto l'esistenza del “caso fortuito”, aveva ottenuto soddisfazione dalla Corte d'appello che aveva ingiunto alla banca di pagare l'intero importo richiesto – l'equivalente di 1 miliardo di lire. L'istituto nel lungo ricorso in ultimo grado contestava invece, tra l'altro, la mancata considerazione del patto limitativo della responsabilità (più correttamente, l'aver ignorato la soglia pattizia di valore del risarcimento), la mancata “informativa” circa le sostanze affidate in custodia e, soprattutto, la qualificazione del giuramento (estimatorio) della parte lesa sul punto delle cose “volatilizzatesi” per mano ignota.
Secondo la banca si trattava di un giuramento suppletorio, anche perché la cliente non aveva mai informato circa l'elevato valore dei beni lasciati in custodia. La Prima civile però, nel solco di precedenti ormai consolidati, ha ribadito che la prova, in questi casi, non può che essere indiziaria: il contratto di custodia infatti si limita a individuare il comportamento – che deve essere molto diligente – del custode, ma nulla prevede sulla segretezza di cui il cliente beneficia, che è notoriamente intangibile e che resta fuori dalle obbligazioni contrattuali. E pertanto l'elencazione dettagliata e tempestiva dei beni presentata dalla cliente – e del loro valore –può essere liberamente apprezzata dal giudice anche come unico elemento “decisivo” nella questione del risarcimento. Ogni patto limitativo della responsabilità, aggiunge la Corte, vìola la regola generale del codice civile (articolo 1229, “È nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave”).
Ulteriore ma non ultima postilla: per la Cassazione l'adeguatezza delle misure “anti-intrusione” adottate dalla banca non si valuta in astratto (ex ante) ma…a frittata fatta, prendendo in considerazione tutto quello che era solito avvenire nelle “segrete” stanze.

Fonte:Cassa Forense - Dat Avvocato

Vaccini, il Miur invia la circolare alle scuole: ecco le procedure da seguire e le scadenze

Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha inviato oggi alle scuole la circolare che contiene le prime indicazioni operative per l’attuazione del decreto-legge n.73 del 7 giugno 2017, convertito con modificazioni dalla legge n. 119 del 31 luglio 2017, in materia di prevenzione vaccinale. La circolare si apre con una premessa sulla legge e sulle sue finalità e prosegue con le indicazioni per le istituzioni scolastiche, a partire da quelle per la gestione della fase transitoria prevista per gli anni scolastici 2017/2018 e 2018/2019.
La legge - ricorda la circolare - intervenendo sull’obbligatorietà delle vaccinazioni, assicura a tutta la popolazione, in maniera omogenea sul territorio nazionale, le azioni dirette alla prevenzione, al contenimento e alla riduzione dei rischi per la salute pubblica. L’estensione della vaccinazione rappresenta, pertanto, un progresso nella tutela della salute della collettività e di ciascuna persona. Il Parlamento e il Governo hanno lavorato insieme, in sede di conversione del decreto-legge, per far sì che le scuole possano collaborare alla tutela della salute collettiva, nell’ambito delle proprie competenze e nel pieno rispetto del diritto all’istruzione.
L’articolo 3-bis del decreto-legge, aggiunto in sede di conversione, stabilisce che, a decorrere dall’anno scolastico 2019/2020, dopo una prima fase transitoria, siano le Aziende Sanitarie Locali (ASL), una volta ricevuto dalle scuole l’elenco delle iscritte e degli iscritti sino ai 16 anni di età, a restituirlo con l’indicazione di coloro che eventualmente non risultino in regola con gli adempimenti vaccinali. Per la scuola dell’infanzia la mancata presentazione della documentazione attestante l’adempimento degli obblighi vaccinali comporterà la decadenza dell’iscrizione. Per i gradi di istruzione successivi non sono previste invece ricadute sull’accesso al servizio scolastico.
Il decreto-legge, come convertito, non cambia la normativa vigente dal punto di vista dell’accesso a scuola: l’articolo 100 del Testo Unico in materia di Istruzione del 1994 già subordinava l’ammissione alla scuola dell’infanzia alla presentazione della certificazione di talune vaccinazioni. Con la legge, anzi, gli adempimenti previsti per le istituzioni scolastiche saranno semplificati: le scuole non dovranno più acquisire per tutte le iscritte e tutti gli iscritti dei vari gradi di istruzione le certificazioni delle vaccinazioni effettuate, ma semplicemente trasmettere l’elenco delle alunne e degli alunni alle ASL, tramite il sistema informativo del Ministero.
Per l’anno scolastico 2017/2018 e per il 2018/2019 valgono invece le modalità transitorie stabilite dalla legge e illustrate nella circolare, che potranno essere eventualmente semplificate in base ad accordi tra gli Uffici Scolastici Regionali e le Regioni, tramite le ASL, ciò al fine di agevolare le famiglie e le scuole. Alcune Regioni stanno infatti predisponendo azioni specifiche per semplificare la documentazione che le famiglie dovranno consegnare alle scuole sino all’anno 2018/2019 (dal 2019/2020 si passa alla semplificazione definita dalla legge).
La legge, come è noto, estende a 10 le vaccinazioni obbligatorie e gratuite per tutte le alunne e gli alunni di età compresa tra zero e 16 anni. E dispone l’obbligo per le Regioni di assicurare l’offerta attiva e gratuita, per i minori di età compresa tra zero e 16 anni, anche di altre 4 vaccinazioni non obbligatorie. All’obbligo si adempie secondo le indicazioni contenute nel calendario vaccinale nazionale relativo a ciascuna coorte di nascita. Il calendario vaccinale è reperibile al link fornito dal Ministero della Salute: www.salute.gov.it/vaccini.
Le scuole hanno il compito di acquisire la documentazione relativa all’obbligo vaccinale e devono segnalare alla ASL territoriale di competenza l’eventuale mancata presentazione di questa documentazione. Per comprovare l’effettuazione delle vaccinazioni potrà essere presentata una dichiarazione sostituiva. In caso di esonero, omissione o differimento delle vaccinazioni, potranno essere presentati uno o più documenti, rilasciati dalle autorità sanitarie competenti.
Per l’anno scolastico 2017/2018, la documentazione dovrà essere presentata alle scuole entro il 10 settembre 2017 per le bambine e i bambini della scuola dell’infanzia e delle sezioni primavera (comprese le scuole private non paritarie), ed entro il 31 ottobre 2017 per tutti gli altri gradi di istruzione.
Entro 10 giorni da queste scadenze il dirigente scolastico sarà tenuto a segnalare alla ASL territorialmente competente l’eventuale mancata consegna della documentazione da parte dei genitori. La documentazione dovrà essere acquisita anche per le alunne e gli alunni che già sono iscritte e iscritti e frequentano l’istituzione scolastica.
Chi ha presentato una dichiarazione sostitutiva, entro il 10 marzo 2018 dovrà presentare la documentazione comprovante l’avvenuta vaccinazione. Per le scuole dell’infanzia e le sezioni primavera la consegna della documentazione vaccinale entro il 10 settembre 2017 è requisito di accesso.
Vista l’imminenza dell’avvio del nuovo anno scolastico, la circolare del Miur invita i dirigenti scolastici ad informare da subito i genitori sui nuovi obblighi vaccinali e sulle disposizioni applicative per il 2017/2018.
Il Ministero della Salute e il Miur daranno poi avvio, per l’anno scolastico 2017/2018, a iniziative di formazione del personale docente ed educativo, nonché di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti, sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni. Anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori e delle associazioni di categoria delle professioni sanitarie.

Fonte:www.lastampa.it/Vaccini, il Miur invia la circolare alle scuole: ecco le procedure da seguire e le scadenze - La Stampa

mercoledì 16 agosto 2017

La sanzione accessoria della revoca della patente di guida non ha natura penale

La sanzione inflitta in via accessoria della revoca della patente di guida non ha natura penale. Lo ribadisce con fermezza la Corte di cassazione dichiarando inammissibile il ricorso presentato dalla difesa di un automobilista che, dopo il patteggiamento per guida in stato di ebbrezza, si era visto revocare la patente. Per la difesa, la revoca della patente sarebbe una misura sostanzialmente penale la cui applicazione automatica sarebbe in contrasto con i principi di colpevolezza, ragionevolezza e proporzionalità della pena e perciò contraria all’elaborazione della nozione di penale elaborata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Per i giudici di legittimità, tuttavia, dalla nota sentenza Grande Stevens non si può dedurre una tendenziale equiparazione della sanzione amministrativa a quella penale, ma bisogna procedere a un’analisi del caso concreto. E, nella specie, afferma la Corte, «la previsione di una sanzione amministrativa irrogata all’esito di un giudizio penale, ancorché definito ai sensi dell’articolo 444 del Codice di procedura penale, con riguardo alla pena principale, vanifica la stessa preoccupazione, rinvenibile in alcune enunciazioni teoriche della giurisprudenza Cedu, di una configurazione amministrativa dell’illecito al fine precipuo, se non esclusivo, di eludere le garanzie proprie del processo penale».

Fonte:Cassa Forense - Dat Avvocato

Versamenti, slittamento al 21 agosto

Lo slittamento dei versamenti al 21 agosto è certo. E la sua ufficializzazione, superati i necessari passaggi burocratici, avverrà a breve. Con una nota diffusa ieri, il ministero dell’economia ha rassicurato i contribuenti e i professionisti: il  presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’economia, ha disposto il differimento dei termini per il versamento delle imposte dichiarate nell’anno 2017 da imprese e lavoratori autonomi.

Fonte:www.italiaoggi.it/Versamenti, slittamento al 21 agosto - News - Italiaoggi

martedì 15 agosto 2017

Picchiava i figli perché studiassero il Corano: due bambini tolti alla madre

Picchiavano e obbligavano i figli a studiare il Corano di notte, costringendoli con la violenza a studiare a memoria i precetti islamici. Così una coppia musulmana di Missaglia, comune di 8 mila anime nel Lecchese, è stata denunciata per maltrattamenti in famiglia. I bambini, una femmina di 9 anni e un maschio di 13, si trovano da alcuni giorni in una comunità protetta fuori dalla provincia. Entrambi sono stati tolti alla madre.
Sul caso sono intervenuti la settimana scorsa gli agenti della Mobile di Lecco che hanno messo la parola fine ai soprusi commessi dai genitori, un’italiana convertitasi di recente all’Islam e il compagno, un operaio tunisino. Ad accorgersi che c’era qualcosa che non andava erano stati dapprima i nonni materni, preoccupati per lo strano comportamento della figlia nei confronti dei nipoti. In realtà, sebbene l’intera famiglia vivesse in una condizione di disagio e isolamento rispetto al resto della comunità, quel che accadeva nel segreto delle mura domestiche non era passato inosservato in paese. La donna, che aveva avuto entrambi i bambini da una precedente relazione con un italiano, soltanto di recente aveva conosciuto il tunisino con il quale era poi andata a convivere dopo la separazione dal marito.
I figli vivevano in una sorta di regime dittatoriale, dovuto all’integralismo della coppia. Non potevano guardare la televisione né usare il cellulare poiché, secondo il compagno della madre, si tratterebbe di un peccato molto grave. Inoltre era stato loro severamente impedito anche di vedere amici e parenti e di conseguenza a partire dallo scorso giugno, quando sono terminate le scuole, i due fratellini conducevano una vita solitaria, da reclusi. Alla bambina, che frequenta le elementari in paese, era stato persino imposto di indossare lo hijab, il velo che copre capelli e collo, lasciando scoperto soltanto il viso. Nonostante la giovanissima età, la piccola è risultata addirittura la più indottrinata e radicalizzata dei due. «Porto il velo perché lo decido io, nessuno mi ha mai obbligata», avrebbe raccontato agli agenti quando sono intervenuti la settimana scorsa per liberarla.
Durante le audizioni protette, i due fratellini hanno rivelato agli psicologi e ai neuropsichiatri infantili le minacce e le vessazioni continue, anche nel cuore della notte. Se non si svegliavano in tempo per pregare venivano infatti castigati da entrambi i genitori con punizioni corporali oppure tenuti a lungo prigionieri in camera e infine picchiati. Stando al comandante della Mobile di Lecco, Marco Cadeddu, i maltrattamenti andavano avanti, per fortuna, da non troppo tempo. Le le indagini sono ancora in corso. Non è escluso, infatti, che presto venga chiesta la custodia cautelare per la madre e il patrigno tunisino, nell’attesa che i giudici del Tribunale dei minori di Milano decidano, insieme agli assistenti sociali, a chi affidare i due figli.

Fonte:www.lastampa.it/La Stampa

Circolano monete da 2 euro false: ecco come riconoscerle

L’estate è un periodo d’oro per i falsari e le monete in euro sono la nuova frontiera di questo tipo di truffe.
Lo segnala il Comando Antifalsificazione Monetaria dei Carabinieri, che nell’ambito dei servizi di controllo «Estate 2017» ha già effettuato diverse azioni di contrasto al falso nummario, che hanno portato al rinvenimento e sequestro di monete da 2 euro e banconote false da 10, 20 e 50 euro.
«D’estate l’attività si intensifica soprattutto per la presenza di numerosi turisti stranieri - spiega il colonnello Florimondo Forleo -. La nuova frontiera per i falsari sono proprio le monete, che sono facili da commerciare e suscitano meno l’attenzione. In questi giorni sequestrate ad esempio 900 monete destinate alla cassa di una gelateria di Napoli. Per distinguere le monete false basta vedere se sono attirate da una calamita, se si attaccano sono vere - spiega Forleo -. I falsari non riescono infatti a riprodurre il magnetismo, che la Zecca ottiene con un procedimento particolare e che serve a far riconoscere le monete dalle macchinette»’

Fonte:www.lastampa.it/Circolano monete da 2 euro false: ecco come riconoscerle - La Stampa

Accertamenti, gli atti richiamati devono essere allegati

In tema di rettifica dei valori immobiliari, pena la nullità, gli atti richiamati devono essere allegati all’accertamento ovvero riprodotti per contenuto essenziale; tale nullità non può essere sanata per il raggiungimento dello scopo in giudizio. Lo ha ribadito la sezione quinta della Corte di cassazione nella sentenza n. 17510/2017. La vertenza riguarda una decisione della Commissione tributaria regionale del Lazio che, accogliendo l’appello dei contribuenti, aveva annullato un avviso di liquidazione. Per il giudice regionale, la nullità dell’avviso per omessa allegazione della perizia Ute era stata sanata dalla successiva produzione in giudizio della stessa perizia, mentre, il giudice romano dichiarava inefficace la rettifica perché effettuata tramite stima su immobili già censiti con rendita.
L’Agenzia erariale ricorreva con tre motivi, mentre i contribuenti resistono proponendo ricorso incidentale denunciando l’omessa allegazione della stima Ute; vizio che secondo la Commissione regionale era stato sanato dal successivo deposito in giudizio. Il ricorso incidentale, per il suo carattere preliminare, è stato anteposto nell’esame ed è stato ritenuto fondato. I giudici di Piazza Cavour hanno rilevato che l’avviso di liquidazione, pur indicando quale unica fonte della rettifica la stima tecnica dell’Agenzia del territorio, non reca in allegato, né riproduce quantomeno nelle parti essenziali la stima Ute, limitandosi a informare che di essa «è possibile prendere visione presso questo ufficio».
In tema di rettifica dei valori immobiliari, l’art. 52, comma 2-bis, del dpr n. 131/1986, aggiunto dall’art. 4 dlgs 32/2001, commina la nullità dell’accertamento motivato per relationem quando l’atto richiamato dall’avviso non sia a esso allegato, né in esso riprodotto per contenuto essenziale; ancor prima, l’art. 7, legge 212/2000 ha prescritto che gli atti tributari motivati per relationem devono recare in allegato gli atti richiamati. La Cassazione aggiunge che tale nullità non può essere sanata per raggiungimento dello scopo in giudizio, poiché la motivazione dell’atto impositivo ha la funzione di garantire una difesa certa anche riguardo alla delimitazione del thema decidendum. Il ricorso incidentale è stato accolto e, decidendo nel merito, la Corte di cassazione ha dichiarato nullo l’avviso di rettifica condannando l’Agenzia erariale a rifondere le spese del giudizio di legittimità liquidate in euro 2.200,00, oltre le spese generali al 15% e accessori di legge.

Fonte:www.italiaoggi.it/Accertamenti, gli atti richiamati devono essere allegati - News - Italiaoggi

lunedì 14 agosto 2017

Cassazione: chi evade deve pagare i danni morali allo Stato

Tempi durissimi per gli evasori fiscali condannati penalmente per aver cercato con particolare ingegno di farla franca, ad esempio per aver evaso l’Iva e per aver cercato di mettere al sicuro i beni in un fondo patrimoniale costituito solo per proteggere le proprietà immobiliari dalle ganasce dell’Agenzia delle Entrate. Rischiano, tra sequestro e condanna al risarcimento - oltre al carcere - di pagare il doppio di quello che hanno evaso, e nel verdetto può essere messo in conto anche il risarcimento dei danni morali patiti dallo Stato che ha subito il `raggiro´. Lo sottolinea la Cassazione replicando a un evasore trentino, M.Z. imprenditore immobiliare, che contestava anche la condanna al risarcimento dei danni morali per 167mila euro sostenendo che un ente pubblico come l’Amministrazione finanziaria non ne ha diritto. Invece - ecco il principio fissato dagli `ermellini´ - «è legittima la condanna in sede penale al risarcimento del danno morale patito dall’ Amministrazione finanziaria in conseguenza di un reato tributario, danno consistente nella lesione di interessi non economici aventi comunque rilevanza sociale, ai quali è finalizzata l’azione dell’Agenzia delle Entrate preposta all’accertamento e alla riscossione delle entrate tributarie della Nazione».
M.Z. aveva evaso l’Iva per 757mila euro per l’anno di imposta 2009 e poi nel 2010 aveva costituito un fondo patrimoniale sulla sua casa intestandola alla moglie. Ma è stato scoperto e per lui le cose non si sono concluse bene, tutt’altro, pagherà più del doppio di quanto evaso per aver «lucidamente perseguito di sottrarre il bene alle legittime ragioni dell’erario», come osservato dai giudici di merito.
La Suprema Corte - sentenza 38932 - ha infatti confermato la decisione con la quale la Corte di Appello di Trento, nel 2016, aveva convalidato il sequestro finalizzato alla confisca della casa con due garage del valore di circa 750 mila euro, oltre alla condanna a risarcire il fisco con oltre 810mila euro, e a un anno di carcere, pena sospesa. Per quanto riguarda l’ulteriore condanna a pagare 167mila euro di soli danni morali, la Cassazione ha stabilito che questo tipo di condanna è assolutamente lecito ma che, tuttavia, sull’entità della cifra il giudice deve fornire spiegazioni che non possono essere un semplice riferimento all’ammontare dell’evasione. Solo su questo punto il ricorso di M.Z. è stato accolto e adesso il tribunale civile di Trento dovrà provvedere a fornire adeguate motivazioni sull’indicazione dei 167mila euro di danni morali o sulla cifra che comunque vorrà liquidare all’Agenzia delle Entrate.

Fonte:www.lastampa.it/Cassazione: chi evade deve pagare i danni morali allo Stato - La Stampa

Versamenti sul conto corrente da giustificare

Le somme versate sul conto corrente del professionista o del privato possono essere accertate dall’Agenzia delle entrate come redditi in «nero», salvo che non si riesca a provare la provenienza dei fondi. Al contrario, i prelievi fatti dal proprio conto bancario non possono mai fornire una presunzione di evasione sufficiente a giustificare un accertamento. È questo al momento lo stato dell’arte nell’intricata vicenda relativa all’applicazione dell’articolo 32, primo comma, n. 2 del dpr 600.
Con una sentenza depositata a gennaio 2017 la Cassazione ha stabilito che i versamenti in conto corrente hanno efficacia presuntiva di maggiore disponibilità reddituale anche nei confronti dei privati. In pratica le indagini finanziarie possono essere eseguite nei confronti di tutte le persone fisiche, comprese quelle non titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo, limitatamente ai soli versamenti. Infatti, il riferimento della norma ai «ricavi» e alle «scritture contabili», secondo la Suprema corte, non può impedire all’Agenzia delle entrate di presumere che i versamenti bancari costituiscano maggior reddito, in base a un semplice principio di ragionevolezza.
Con la sentenza depositata l’8 agosto 2017, invece, la Cassazione smentisce i propri orientamenti precedenti dettando una nuova linea interpretativa in materia di accertamento presuntivo nei confronti dei lavoratori autonomi. Il problema nasce a causa della legge finanziaria del 2005 che aveva modificato la norma sull’accertamento rendendola applicabile anche ai redditi di lavoro autonomo. La Corte costituzionale, con una sentenza del 2014 ha dichiarato però l’illegittimità di questa estensione, cancellando quindi l’equiparazione tra i movimenti bancari delle imprese e quelli dei professionisti. Quindi mentre i primi possono costituire una presunzione di evasione (sia i prelievi, sia i versamenti), i secondi non più. Da notare che, dopo questa sentenza della Consulta, l’Agenzia delle entrate non ha smesso di imputare a reddito i prelievi e i versamenti dei professionisti, ma le cause arrivate in Cassazione hanno quasi sempre visto annullate le pretese del fisco. Di fatto si è imposta l’interpretazione che né i prelievi né i versamenti dei professionisti possano costituire una presunzione di maggior reddito accertabile. Fino a pochi giorni fa.
Con la sentenza depositata l’8 agosto, invece, i giudici del Palazzaccio compiono un’analisi più severa della pronuncia della Corte costituzionale del 2014 per arrivare alla conclusione che, se è vero che una semplice lettura del dispositivo della sentenza di illegittimità della norma del 2005 sembra eliminare del tutto la presunzione di evasione relativa ai versamenti e ai prelievi non giustificati dei professionisti, tuttavia una lettura attenta delle motivazioni della stessa sentenza va in direzione contraria. Scrivono infatti i giudici della Consulta che è «arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati a investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di reddito». Nelle motivazioni non si accenna mai ai versamenti.
I giudici della Suprema corte, con una bella acrobazia interpretativa hanno perciò interpretato la sentenza della Consulta nel senso che, pur avendo dichiarato illegittima l’estensione ai compensi dei professionisti delle presunzioni di evasione, tuttavia tale presunzione continua a sussistere per i versamenti in conto corrente. Una conclusione che potrebbe anche avere una sua logica fattuale, ma che fa dire alla Corte costituzionale quello che questa non ha detto. Anche perché, non solo la Consulta aveva eliminato la norma che estendeva questo tipo di presunzioni ai compensi dei professionisti, ma la stessa operazione era poi stata fatta dal legislatore con l’articolo 7 quater del decreto legge fiscale di fine 2016 (n.193). Ora questa equiparazione viene reintrodotta, anche se solo per i versamenti, per via giurisprudenziale, a testimonianza che le vie del diritto, come quelle del Signore, sono infinite.

Fonte:www.italiaoggi.it/Versamenti da giustificare - News - Italiaoggi

sabato 12 agosto 2017

Uso dei voucher ad alto rischio

Rischiose le prestazioni occasionali con la vecchia colf (famiglie) o ex dipendenti e co.co.co. (imprese, professionisti e partite Iva). Se il vecchio rapporto è cessato da meno di sei mesi, infatti, c’è la sanzione della conversione della prestazione occasionale in rapporto dipendente a tempo pieno e indeterminato. A prevederlo è l’Inl nella circolare n. 5/2017, nell’illustrare il regime sanzionatorio delle prestazioni occasionali. Oltre a introdurre la nuova sanzione, non prevista dalla normativa, l’ispettorato precisa che la trasformazione in rapporto dipendente a tempo pieno e indeterminato, previsto dalla disciplina nelle ipotesi di superamento del limite economico (2.500 euro) o di durata (280 ore), scatta dal momento del superamento del limite e si applica anche alle famiglie (sono escluse solo le p.a.).

Fonte:www.italiaoggi.it/Uso dei voucher ad alto rischio - News - Italiaoggi

Automobile non confiscabile se manca uno stabile collegamento con il reato

L'automobile impiegata per il trasporto della droga e in modo anomalo ed occasionale usata come mezzo per commettere i reati di lesioni personali e di resistenza a pubblico ufficiale non è confiscabile ai sensi dell'articolo 240 del codice penale. In tal caso, infatti, manca il collegamento stabile con l'attività delittuosa che tenga viva l'idea del reato. Ad affermarlo è la Corte d'appello di Roma nella sentenza 2914/2017.
Il caso - Protagonista della vicenda è un uomo, in possesso di diverse dosi di cocaina, il quale, fermato ad un posto di blocco, per evitare di essere sottoposto a controlli da parte degli agenti di polizia accelerava con la sua vettura colpendo sul fianco uno degli operatori, non riuscendo però a fuggire. Tratto a giudizio per rispondere dei reati di lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di stupefacenti, l'imputato veniva condannato dal giudice di primo grado, che disponeva, altresì, la confisca ex articolo 240 c.p., delle dosi di droga e dell'automobile. Tuttavia, l'uomo ricorreva in appello chiedendo l'assoluzione per i fatti commessi, nonché la revoca del provvedimento di confisca della sua autovettura, in quanto non esisteva alcun collegamento qualificato tra il mezzo e i reati a lui contestati, ma, al più, un nesso meramente occasionale.
La decisione - La Corte d'appello conferma la condanna per i reati contestati all'imputato, ma accoglie la sua richiesta in merito alla revoca della confisca dell'automobile. I giudici spiegano, infatti, che la confisca prevista dall'articolo 240 c.p. è una misura di sicurezza patrimoniale «tendente a prevenire la commissione di nuovi reati mediante l'espropriazione a favore dello stato di cose che, essendo quanto meno collegate alla esecuzione di illeciti penali, manterrebbero viva l'idea e la attrattiva del reato». Tale misura, cioè, ha carattere cautelare e necessita di un «rapporto di asservimento effettivo tra cosa e reato», dovendo sussistere un nesso strumentale e non meramente occasionale con l'attività delittuosa posta in essere. E ancora, ricorda la Corte, in relazione all'autovettura utilizzata per il trasporto di droga, per la confisca del mezzo non basta il semplice impiego, ma occorre «un collegamento stabile con l'attività criminosa, che esprima con essa un rapporto funzionale, evincibile, ad esempio, da modifiche strutturali apportate al veicolo o, comunque, dal costante inserimento di esso nell'organizzazione esecutiva del reato». Presupposti evidentemente non integrati nel caso di specie.

Fonte:Cassa Forense - Dat Avvocato

Il confine tra atti osceni e violenza sessuale

Un recente fatto di cronaca accaduto su un bus di Torino riporta alla ribalta la distinzione tra reato di violenza sessuale e quello di atti osceni. Con differenti ricostruzioni giuridiche e conseguenze. Il gip di Torino, Alessandra Cecchelli, con ordinanza del 21 luglio 2017, ha deciso che non costituisce violenza sessuale ma solo atto osceno il lasciare materiale seminale sulla vittima. E ha così respinto la richiesta di arresto del colpevole formulata dal pm, Andrea Padalino.
Il pm aveva richiesto la misura cautelare indicandolo colpevole «del delitto di cui all'articolo 609-bis del Codice penale, perché contro la volontà della parte offesa la costringeva a subire atti sessuali, ed in particolare a bordo del bus linea 68, rimanendo in stretto contatto con la parte offesa, si masturbava…». Nella denuncia della donna si legge in sostanza che la vittima si era accorta di un «calore» alla gamba sinistra, e si era spostata, pensando dapprima che il passeggero al suo fianco sul bus la stesse toccando. Solo in seguito aveva realizzato - mentre la stessa persona si dirigeva verso l'uscita - che il calore derivava da una masturbazione che aveva lasciato tracce organiche.
Rispetto a questi fatti, il giudice di Torino osserva che «non sono presenti elementi ulteriori per confermare che lo sfregamento masturbatorio - ipotizzato - sia stato effettuato in appoggio alla gamba della donna, dovendosi ritenere che se così fosse avvenuto, di sicuro, la ragazza avrebbe avvertito sensazioni ben diverse dal mero calore. In assenza dunque di certezze sul punto, appare difficile qualificare il gesto come violenza sessuale e non piuttosto come mero atto osceno – del resto così qualificato dalla stessa parte offesa – che non consente l'applicazione delle misura richiesta».
Approfondendo il contesto giurisprudenziale di riferimento per un tale ragionamento ermeneutico, non v'è chi non veda come questo sia, quantomeno, in contrasto diretto con l'insegnamento della Corte di cassazione in materia di violenza sessuale. La Corte infatti è di tutt'altro avviso, avendo ritenuto, con una produzione di sentenze conforme e concordante, come ad esempio in merito all'elemento centrale del reato (Cassazione, Terza sezione penale, sentenza n. 49597/16) «il fulcro attorno cui ruotano i fattori idonei a realizzare la fattispecie penalmente rilevante di violenza sessuale è costituito dalla violazione della sfera di libera autodeterminazione che l'ordinamento assicura all'individuo nell'ambito della propria intimità sessuale». Di conseguenza, «ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo del reato in questione è sufficiente che l'agente abbia la consapevolezza del fatto che sia stato chiaramente manifestato il consenso da parte del soggetto passivo del reato al compimento di atti sessuali a suo carico».
In riferimento poi alla tipizzazione di atti sessuali, si osserva come la Suprema corte e la dottrina abbiano raggiunto una sostanziale uniformità di ragionamento, definendo gli atti sessuali essenzialmente come gli atti di contatto fisico, al nudo o meno, con le zone erogene dell'altrui o del proprio corpo. L'assenza dunque di un contatto onde permettere lo «sfregamento masturbatorio» a parere della giudice di Torino impedirebbe la qualifica dell'agito come violenza sessuale. Ma resta da comprendere come sia possibile una tale limitazione di valutazione, in presenza di un vero e proprio «contatto tra il materiale seminale dell'imputato e la vittima dell'agito sessuale».
Non ci si può dimenticare, infatti, come la giurisprudenza in tema abbia avuto modo di ritenere centrale la tutela della persona offesa, ritenendo compresi nel concetto della violenza «qualsiasi atto o fatto cui consegua la limitazione della libertà del soggetto passivo, così costretto a subire atti sessuali contro la propria volontà». Il reato di violenza sessuale non necessiterebbe, dunque, di una violenza tale da mettere la persona offesa nella impossibilità di opporre una qualsivoglia resistenza, essendo sufficiente che l'azione si compia in modo «insidiosamente rapido tanto da superare la volontà contraria del soggetto passivo» (Cassazione, sentenza 15 febbraio 2017, n. 7154).
In buona sostanza, la migliore dottrina ricomprende ormai pacificamente nella nozione di atto sessuale qualunque atto che «coinvolga oggettivamente la corporeità sessuale della persona offesa e sia finalizzato ed idoneo a compromettere il bene primario della libertà individuale» della parte offesa a non subire il soddisfacimento dell'istinto sessuale dell'autore della violenza. Alla luce di questo, il caso in esame potrà ben essere riformato in appello, così da non lasciare spazio a letture restrittive che lascino impunite azioni che ledono, così gravemente, la libertà all'autodeterminazione sessuale e non solo la libertà della circolazione sui mezzi pubblici. In presenza di veri e propri autori di violenza sessuale lasciati liberi di reiterare il comportamento contra legem.

Fonte:Cassa Forense - Dat Avvocato

Tenuità del fatto: applicabile anche alle contestazioni in materia antiinfortunistica

I parametri di valutazione previsti dal comma primo dell'art. 131-bis cod. pen. hanno natura e struttura oggettiva (pena edittale, modalità e particolare tenuità della condotta, esiguità del danno), mentre quelli connessi al corredo penale gravante sull'imputato attengono ad aspetti evidentemente collegati ai profili soggettivi del reo e, pertanto, non risultano significativi ai fini della valutazione concernente la tenuità o meno della offesa arrecata attraverso la commissione del reato, dovendosi infatti tenere distinto il piano della valutazione della personalità del reo da quello avente specificamente ad oggetto la offensività della condotta dal medesimo posta in essere.
La decisione in commento presenta due profili di rilievo, con riferimento al tema dell’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. In primo luogo, ed in termini generali, la Cassazione esclude che sulla concessione di tale beneficio possa rilevare la circostanza che l’imputato sia gravato da precedenti penali, dovendosi tenere distinto il piano della valutazione della personalità del reo da quello avente specificamente ad oggetto la offensività della condotta dal medesimo posta in essere. In secondo luogo, sia pur implicitamente, si riconosce che l’art. 131-bis c.p. può operare anche con riferimento alla contestazioni in materia antiinfortunistica, specie quando le prescrizioni siano state assolte e semplicemente non si sia provveduto al pagamento della sanzione
Il fatto
Il Tribunale di Torino condannava un imprenditore per il reato di cui all'art. 122 del d.lgs. n. 81 del 2008 perché, in qualità di titolare di ditta individuale, avendo omesso di installare una serie di misure antinfortunistiche a tutela dei propri dipendenti, non aveva poi provveduto, pur avendo rimosso le predette omissioni, al versamento della sanzione prevista per le stesse in via amministrativa.
Avverso la predetta sentenza veniva presentato ricorso per cassazione, deducendosi la mancanza di motivazione in relazione alla richiesta qualificazione del fatto commesso come di particolare tenuità, ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen. ed alla conseguente dichiarazione di non punibilità del fatto.
La decisione
La Cassazione ha giudicato fondato il ricorso.
Nel ricorso il ricorrente, lungi dal contestare la materialità della sua condotta e la sua astratta rilevanza penale, ha dedotto la inadeguatezza della sentenza impugnata con riferimento al mancato riconoscimento della non punibilità del fatto commesso, stante la sua particolare tenuità, o, meglio, stante la particolare tenuità della offesa da esso cagionata al bene interesse tutelato dalla norma violata. La mancata contestazione circa la fondatezza dell’accertamento di merito consente alla Cassazione di soffermarsi esclusivamente sul profilo della portata offensiva del fatto.
Peraltro, la censura avanzata nei confronti della decisione atteneva, non tanto il diniego a favore dell’imputato della causa di non punibilità del fatto, quanto la circostanza che il giudice di merito aveva dato atto che nella fattispecie era stata richiesta dalla difesa dell'imputato in sede di conclusioni dibattimentali la applicazione dell'art. 131- bis cod. pen., ma al contempo aveva omesso di rispondere sul punto, mancando di enunciare le ragioni per le quali ha ritenuto di dovere disattendere la richiesta in tal senso a lui indirizzata dalla difesa del ricorrente.
In proposito, la Cassazione esclude che nel caso di specie una motivazione sul diniego della particolare tenuità del fatto potrebbeessere ricavata dalla circostanza che il Tribunale - sebbene abbia riconosciuto l’imputato meritevole delle circostanze attenuanti generiche a cagione della solerte eliminazione delle situazioni di pericolo e della pronta ottemperanza alle prescrizioni a tale scopo impartite dalla Asl - ha inflitto al medesimo una sanzione partendo da una pena base superiore al minimo edittale, asserendo così implicitamente che andava esclusa la ricorrenza della particolare tenuità della offesa inferta dall'imputato al bene interesse tutelato (Cass., sez. V, 1 ottobre 2015, n. 39806, che aveva utilizzato tale argomento per escludere la qualificabilità di un determinato fatto di reato entro l'ambito della particolare tenuità ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen., sostenendo che l’istituto di cui all'art. 131-bis cod. pen. non può operare in presenza di una sentenza di condanna che abbia ritenuto pienamente giustificati, specificamente motivando, la determinazione della pena in misura superiore al minimo edittale ed il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, configurandosi, in tal caso, l'esclusione di ogni possibile valutazione successiva in termini di particolare tenuità del fatto).
Nel caso di specie, questa forma di motivazione implicita non poteva, secondo la Corte Suprema, rinvenirsi in quanto, da un lato all’imputato erano state riconosciute le attenuanti generiche e dall’altro la pena comminata era superiore al minimo edittale per il fatto che l’imputato vantava dei precedenti penali, sia pure legati a reati aventi diversa natura rispetto a quello ora in discorso.Tale ordine di argomentare, pur in sé legittimo, non poteva esame valere quale implicita risposta alla richiesta di applicazione della particolare causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis cod. pen. Infatti, il criterio di commisurazione della pena basato sulla capacità criminale del prevenuto, pur pienamente corretto se considerato in relazione alla necessità di determinare l’entità della pena da applicare (Cass., sez. VI, 9 aprile 2013, n. 16250), si fonda, tuttavia, su elementi estranei alla materialità del reato commesso e sulla gravità o meno della lesione inferta tramite esso al bene interesse tutelato, atteso che i parametri di valutazione previsti dal comma primo dell'art. 131-bis cod. pen. hanno natura e struttura oggettiva (pena edittale, modalità e particolare tenuità della condotta, esiguità del danno), mentre quelli connessi al corredo penale gravante sull'imputato attengono ad aspetti evidentemente collegati ai profili soggettivi del reo e, pertanto, non significativi ai fini della valutazione concernente la tenuità o meno della offesa arrecata attraverso la commissione del reato, dovendosi infatti tenere distinto il piano della valutazione della personalità del reo da quello avente specificamente ad oggetto la offensività della condotta dal medesimo posta in essere (Cass., sez. V, 28 ottobre 2016, n. 45533; Cass., sez. IV, 26 febbraio 2016, n. 7905).
Riscontrata l’assenza di motivazione circa la mancata applicazione della causa di non punibilità della particolare tenuità, nonostante l’espressa richiesta formulata dall’imputato in sede di merito, e non potendosi ritenere che possa valere quale implicita giustificazione di tale diniego la circostanza che a carico dell’indagato il Tribunale avesse ritenuto, in ragione del fatto che lo stesso era gravato da precedenti penali, di dovere irrogare una pena commisurata ad una sanzione superiore, quale sua base di calcolo, alla pena edittale minima, alla Suprema Corte non rimane che dichiarare l’annullamento della decisione impugnata, limitatamente alla mancata valutazione in merito alla particolare tenuità della offesa connessa alla commissione del reato, con rinvio al Tribunale.

Fonte:www.quotidianogiuridico.it/Tenuità del fatto: applicabile anche alle contestazioni in materia antiinfortunistica | Quotidiano Giuridico

martedì 8 agosto 2017

La Ragioneria dello Stato: “Con il cambio delle regole sull’età a rischio le pensioni”

Se la politica dovesse decidere di limitare o differire gli adeguamenti automatici dell’età della pensione alla speranza di vita, ne deriverebbe «un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano». Impedire quindi il passaggio dell’età minima da 66 anni e 7 mesi di adesso ai 67 anni previsti per il 2019, avrebbe delle importanti ripercussioni, «ciò non solo perché» la previsione di requisiti minimi, come quelli sull’età, è «condizione irrinunciabile» per «la sostenibilità, ma anche perché costituisce la misura più efficace per sostenere il livello delle prestazioni».
L’allarme arriva dal rapporto sulla spesa per pensioni della Ragioneria generale dello Stato, organo legato al ministero dell’Economia, in vista anche della decisione che spetterà al governo su questo tema dopo l’estate.
Al di là delle decisioni del governo comunque la Ragioneria generale spiega che, anche in presenza di un blocco dell’adeguamento automatico alla speranza di vita, il requisito per il pensionamento di vecchiaia «verrebbe comunque adeguato a 67 anni nel 2021, in applicazione della specifica clausola di salvaguardia introdotta nell’ordinamento su specifica richiesta della Commissione e della Bce, e successivamente mantenuto costante a tale livello». Secondo la Ragioneria generale, inoltre, l’effetto della soppressione del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita comporterebbe «una maggiore spesa per pensioni in rapporto al Pil di dimensioni consistenti».
Contrari agli adeguamenti sono i due ex ministri del Lavoro, Maurizio Sacconi (Ap) e Cesare Damiano (Pd), che chiedono di procedere in modo graduale. Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, ha scritto nel blog dell’Associazione amici di Marco Biagi che «con il collega Damiano abbiamo ipotizzato non certo di cancellare il collegamento tra aspettativa di vita ed età di pensione ma di rallentare l’automatismo per garantire una minima fase di transizione alle generazioni adulte e una riflessione su quelle più giovani. Purtroppo non si sono registrate analoghe reazioni di difesa della sostenibilità previdenziale nel momento in cui la politica ha voluto deroghe per esodati, precoci, “gravosi”, bancari, giornalisti ed altri, nonostante abbiano comportato impegni di spesa per circa venti miliardi. Più si segmentano i pensionandi, più si creano ingiustizie. La buona politica deve essere capace di coniugare sostenibilità finanziaria e sociale».

Fonte:www.lastampa.it/La Ragioneria dello Stato: “Con il cambio delle regole sull’età a rischio le pensioni” - La Stampa

lunedì 7 agosto 2017

I periodi di lavoro part-time non incidono sull'anzianità contributiva

I lavoratori a tempo parziale non debbono ricevere un trattamento meno favorevole rispetto ai lavoratori full time ad essi comparabili, per il solo motivo che lavorano meno ore, a meno che un trattamento differente sia giustificato da ragioni obiettive. Il divieto di discriminazione non è che l'espressione specifica del principio generale di uguaglianza. Pertanto il minore numero di ore lavorative prestate si traduce in una retribuzione più bassa e in una pensione più bassa, ma non incide sull'anzianità contributiva che sarà identica a quella del lavoratore impiegato a tempo pieno comparabile.
In tema di anzianità contributiva dei lavoratori a tempo parziale, l'articolo 7, comma 1, del d.l. n. 463 del 1983, conv. con mod. dalla l. n. 638 del 1983, in conformità al principio di non discriminazione di cui all'articolo 4 della direttiva n. 97/81/CE, come applicato dalla Corte di Giustizia UE nella sentenza del 10 giugno 2010 C-395/08 e C-396/08, va interpretato nel senso che, ai fini dell'acquisizione del diritto alla pensione, i lavoratori con orario part-time verticale ciclico hanno diritto all'inclusione anche dei periodi non lavorati, incidendo la contribuzione ridotta sulla misura della pensione e non sulla durata del rapporto di lavoro.
L'ammontare dei contributi determinato ex Decreto Legge n. 463 del 1983, articolo 7, deve essere riproporzionato sull'intero anno cui i contributi si riferiscono: diversamente, il lavoratore impiegato in regime di part-time verticale si troverebbe a fruire di un trattamento deteriore rispetto al suo omologo a tempo pieno, dal momento che i periodi di interruzione della prestazione lavorativa, che pure non gli danno diritto ad alcuna prestazione previdenziale, non gli gioverebbero nemmeno ai fini dell'anzianità contributiva. E non v'ha dubbio che codesta possibile disparità di trattamento genererebbe sospetti di illegittimità costituzionale ex articolo 3 Cost.
Il canone secondo cui, per i lavoratori a tempo parziale di tipo verticale ciclico, non si possono escludere i periodi non lavorati dal calcolo dell'anzianità contributiva necessaria per acquisire il diritto alla pensione, costituisce una logica conseguenza del principio per cui, nel contratto a tempo parziale verticale, il rapporto di lavoro perdura anche nei periodi di sosta: ne è prova la circostanza che ai lavoratori impiegati secondo tale regime orario non spettano per i periodi di inattività né l'indennità di disoccupazione, né l'indennità di malattia, essendo quest'ultima correlata ad una perdita di retribuzione che, nel periodo di inattività, non è dovuta per definizione (da ultima: Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 6 luglio 2017 n. 16677).

sabato 5 agosto 2017

Residenza estera è fittizia se centro degli affari e interessi è in Italia

L'individuazione del domicilio fiscale deve basarsi sull'effettivo centro degli affari e degli interessi, non solo economici, ma anche morali e familiari, desumibile dal fattore dirimente della reale permanenza del soggetto nel territorio nazionale.
La Commissione Tributaria Regionale per la Lombardia, con sentenza n. 1685 del 11 aprile 2017, accoglie il ricorso promosso dall’Agenzia delle Entrate la quale insisteva sull’esistenza in Italia dell’effettivo domicilio fiscale di due sorelle contribuenti e chiedeva la riforma della sentenza emessa dalla CTP di Milano.
L’Amministrazione finanziaria aveva fondato i propri accertamenti su diversi e incontestabili elementi che avevano rivelato l'esistenza di numerosi indizi convergenti che deponevano a favore della permanenza delle due contribuenti nel territorio italiano per la maggior parte dell'anno in tutti i periodi a cui gli accertamenti si riferivano.
La CTR per la Lombardia, ribaltando la sentenza di primo grado, ha ritenuto che, gli elementi individuati dalla ricorrente costituiscano rilevanti indizi sulla permanenza in Italia delle contribuenti per più di 183 giorni l’anno – la maggior parte del periodo d’imposta -.
La permanenza in Italia delle sorelle deve, infatti, essere determinata non solo dalla sussistenza sul territorio nazionale di legami affettivi - la madre delle sorelle - ma altresì da ulteriori e diversi interessi di natura morale, sociale ed economica – partecipazione ad assemblee o riunioni del Cda di società italiane partecipate e non, gestione dei rapporti di natura finanziaria con istituti di credito italiani, cospicui movimenti di capitale e bonifici esteri accreditati su istituti di credito italiani, partecipazioni ad eventi mondani e sociali, frequentazione di circoli nautici e corsi universitari -.
Pertanto, alla luce delle suddette circostanze, la CTR Lombardia ha ritenuto che la presenza delle contribuenti in Italia non fosse saltuaria e unicamente limitata agli incontri sporadici con la madre, ma che fosse tale da superare il limite dei 183 giorni all’anno.
Orbene – anche alla luce dell’art. 2, comma 2bis, del TUIR sulla base del quale si considerano altresì residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati o territori diversi da quelli individuati con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze – la CTR adita ha precisato che per le due contribuenti, cittadine italiane cancellate dalle anagrafi della popolazione residente e trasferite in Stato avente un regime fiscale privilegiato, l'individuazione del domicilio fiscale debba basarsi sull'effettivo centro degli affari e degli interessi, non solo economici, ma anche morali e familiari.
Conclusivamente i giudici lombardi, ritenendo fittizia la residenza estera delle due contribuenti, hanno chiarito che, nell’ipotesi de qua, l’individuazione del domicilio in Italia si fonda sulla reale permanenza del soggetto nel territorio nazionale e, in particolare, sulla residenza intesa come dimora abituale ai sensi dell'art. 43, secondo comma, del codice civile.

Fonte:www.altalex.com/Residenza estera è fittizia se centro degli affari e interessi è in Italia | Altalex

In un anno 673 start up costituite online, i numeri di un successo

La modalità semplificata, gratuita e digitale per costituire start up in forma di s.r.l. ha recentemente tagliato il traguardo dell’anno di attività. In occasione del primo anniversario, il Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con UnionCamere e InfoCamere, il 26 luglio 2017, ha pubblicato sul proprio sito il primo rapporto annuale.
Start up innovative. Al 30 giugno 2017 le start up costituite nei termini e con la procedura sopra descritta sono 673, per quanto riguarda la loro distribuzione, come di consueto, capofila è la Regione Lombardia con 151 start up (57 solo nella Provincia di Milano), seguita a ruota dalla Regione Veneto che tocca le 100 start up.
In conclusione, il rapporto presenta la nuova procedura semplificata di modifica dell’atto costituivo e statuto di cui beneficiano le start up innovative costituite online a partire dal 22 giugno 2017.

Fonte: www.fiscopiu.it/In un anno 673 start up costituite online, i numeri di un successo - La Stampa

Danno biologico, via libera alla tabella unica nazionale ma solo per i sinistri

Con l'approvazione del Ddl concorrenza finalmente le Tabelle del Tribunale di Milano per il risarcimento del danno alla persona delle vittime della strada in ambito rc auto diventano le tabelle legislative uniche nazionali!
La riforma (comma 17 dell'articolo unico del Ddl) riguarda solo ed esclusivamente l'articolo 138 del codice delle assicurazioni e quindi solo le vittime della strada.
I valori monetari del risarcimento del danno alla persona quindi non subiranno più il rischio di riduzioni e tagli sotto la spinta dell'Ania.
Tabelle uniche monetarie del risarcimento del danno biologico uguali per tutti entro 120 giorni (indicativi e non tassativi) dalla pubblicazione della legge tenendo conto dei "criteri di valutazione del danno non patrimoniale ritenuti congrui dalla consolidata giurisprudenza di legittimità”. Ovvero dalla Suprema Corte di Cassazione!!
Il testo di riforma licenziato dal Senato alla fine non contiene la parola "Milano", ma rinvia alla interpretazione dei criteri di legittimità e segna la fine dell’applicazione dei valori delle Tabelle del Tribunale di Roma.
E' utile ricordare al Presidente della Repubblica che firmerà la tabella e prima ancora al Presidente del Consiglio dei Ministri che proporrà la tabella legislativa dei valori monetari per le macrolesioni da 10 a 100 punti di invalidità che, prima con la sentenza n. 12408 del 7 giugno 2011 e poi con la sentenza n. 10263 del 20 maggio 2015, la Corte di Cassazione ha indicato a tutti i tribunali italiani (ed al legislatore) che le tabelle di Milano hanno assunto una vocazione nazionale tale da essere utilizzate su tutto il territorio italiano.
La tabella unica, come precisato al comma 18, si applicherà “ai sinistri e agli eventi verificatisi successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto del Presidente della Repubblica”
Le tabelle delle menomazioni medico legali e psicologiche di valutazione del danno biologico alla integrità psichica e fisica dovranno parallelamente essere stabilite e proposte dalla Presidenza del CdM ma il ddl non dà a questo proposito alcuna indicazione di riferimento.
E' da auspicare che la medicina legale italiana e la psicologia tramite le società scientifiche di riferimento ottengano la necessaria attenzione di riferimento per una tabella delle menomazioni che rispetti la evoluzione scientifica dell'ultimo decennio.

Fonte:www.altalex.com/Danno biologico, via libera alla tabella unica nazionale ma solo per i sinistri | Altalex

venerdì 4 agosto 2017

Fisco, l'Agenzia delle entrate: ad agosto stop alle cartelle, sospesi 470.000 atti

Stop alle cartelle nel periodo di Ferragosto. Dal 7 al 20 agosto l'Agenzia delle entrate-Riscossione, guidata dal presidente Ernesto Maria Ruffini, ha disposto, d'intesa con gli operatori postali, il blocco della notifica di 399.428 atti che sarebbero altrimenti arrivati per posta, a cui aggiungere 70.487 da notificare attraverso la posta elettronica certificata, per un totale di 469.915 cartelle e avvisi che saranno "congelati". Lo rende noto l'Agenzia in una nota, aggiungendo che la notifica riprendera' dopo il periodo di sospensione e che il blocco non sara' totale, perche' circa 14.500 atti inderogabili dovranno essere comunque inviati.

Fonte:www.italiaoggi.it/Fisco, l'Agenzia delle entrate: ad agosto stop alle cartelle, sospesi 470.000 atti - News - Italiaoggi

giovedì 3 agosto 2017

Sezioni unite: la sospensione feriale non ferma la decorrenza del termine per il deposito delle sentenze penali

Il servizio novità della Corte Suprema di cassazione comunica che, in esito alla camera di consiglio del 20 luglio 2017, le Sezioni unite penali hanno affrontato la seguente questione:
« Se i termini per la redazione della sentenza siano soggetti alla sospensione nel periodo feriale, a seguito della riduzione del periodo annuale di ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni stabilita dal d.l. n. 132 del 2014, conv. dalla legge n. 162 del 2014 ».
Secondo l'informazione provvisoria diffusa dalla Suprema Corte, al quesito si è data risposta negativa.
La deliberazione è stata assunta sulle conclusioni conformi del Procuratore generale presso la Corte di cassazione.

Fonte:www.penalecontemporaneo.it/DPC | Sezioni unite: la sospensione feriale non ferma la decorrenza del ...

Strage di Viareggio, per i giudici “non fu un fatto imprevedibile”

«Il grave disastro di Viareggio non è stato un fatto imprevedibile». Lo scrivono i giudici del tribunale di Lucca nelle motivazione della sentenza - in totale 1.300 pagine - del processo di primo grado per la strage alla stazione di Viareggio del 29 giugno 2009, quando una cisterna carica di gpl deragliò e si squarciò: il liquido fuoriuscito provocò una «nube esplosiva» e 32 persone morirono investite dal fuoco.
Tra i condannati al processo conclusosi lo scorso 31 gennaio Mauro Moretti, che ha avuto 7 anni come ex ad di Rfi, e Michele Mario Elia, 7 anni e mezzo, che in quell’incarico subentrò quando Moretti passò a Fs. In totale erano 33 gli imputati: dieci gli assolti, le pene più pesanti per l’ad e il responsabile sistema manutenzioni di Gatx Rail, la società tedesca che aveva affittato i carri cisterna: 9 anni e mezzo.
Secondo i giudici, il disastro di Viareggio «costituisce un evento derivato da una concatenazione di accadimenti strettamente consequenziali tra loro che sarebbe stato possibile evitare attraverso il rispetto di consolidate regole tecniche create proprio al fine di garantire la sicurezza del trasporto ferroviario, e soprattutto, prestando massima attenzione ai diversi segnali di allarme che si erano manifestati già prima del fatto e che preludevano al disastro». Il tribunale riporta a tal fine esempi di incidenti verificatisi in Europa e anche in America.
E se la rottura dell’assile del carro cisterna fu il «fattore originario» da cui si è sviluppata la sequenza di accadimenti, causando il deragliamento con successivo ribaltamento e poi squarciamento della cisterna a causa dell’ impatto del carro «con un elemento dell’infrastruttura», la «causa originaria ed il verificarsi dei fattori successivi debbono essere considerati concause tutte riferibili al medesimo contesto di gestione del rischio che è quello connesso al trasporto ferroviario».
I giudici rilevano anche, riguardo a società coinvolte nel processo, che le stesse hanno «ottenuto vantaggi consistenti nel risparmio economico derivato dalla omissione di interventi di carattere tecnico».

Fonte:www.lastampa.it/Strage di Viareggio, per i giudici “non fu un fatto imprevedibile” - La Stampa

Legge sulla concorrenza: cosa cambia per assicurazioni, energia e professioni

A Palazzo Madama, nella seduta di mercoledì 2 agosto, con 146 voti favorevoli e 113 voti contrari, è stata rinnovata la fiducia al Governo (la quarta in pochi giorni, dopo quella votata su banche venete, vaccini e Mezzogiorno), approvando in via definitiva, e in quarta lettura, il disegno di legge annuale sul mercato e la concorrenza nel testo identico a quello approvato dalla Camera.
Il testo finale, composto di un solo articolo e 192 commi, contiene una serie di importanti correttivi rispetto alla versione primigenia, presentata dal Governo il 3 aprile 2015.
Tantissime le novità, questi solo alcuni dei settori toccati dal nuovo provvedimento.
Assicrazioni. La legge contiene un consistente pacchetto di norme in materia di assicurazioni volto a recepire le proposte formulate nella segnalazione annuale dell'AGCM. Le novità riguardano i seguenti punti: obbligo a contrarre in materia di RCA; introduzione di specifici obblighi informativi in capo alle compagnie assicurative; scontistica in favore del consumatore che accetti determinate condizioni; l'interoperabilità e la portabilità delle scatole nere; il risarcimento del danno biologico, le polizze per assicurazione professionale, il risarcimento diretto. Vediamole più da vicino:
-vengono introdotti sconti obbligatori sulle polizze RCA a favore di chi si fa installare le scatole nere per prevenire le frodi. Le compagnie dovranno praticare uno sconto “aggiuntivo e significativo” calcolato sulla base di parametri oggettivi “tra cui la frequenza dei sinistri e il relativo costo medio” per i conducenti virtuosi che risiedono al sud.
-Il comma 9, attraverso un’aggiunta all’articolo 148 del CAP, mantiene ferma la facoltà per l'assicurato di ottenere l'integrale risarcimento per la riparazione a regola d'arte del mezzo danneggiato avvalendosi di ditte di autoriparazione di propria fiducia: in questo caso l'impresa deve fornire la documentazione fiscale e una idonea garanzia sulle riparazioni effettuate, con una validità non inferiore a due anni per tutte le parti non soggette a usura ordinaria.
-Il comma 11 reca una ulteriore ipotesi di sconto significativo sul prezzo della polizza nel caso in cui l’assicurato contragga più polizze sottoscrivendo una clausola di guida esclusiva.
-Il comma 15 modifica la procedura di identificazione dei testimoni in ipotesi di sinistri con soli danni a cose, al fine di evitare i cd. testimoni di comodo.
-Il comma 16 affida all’IVASS il compito di procedere ad una verifica trimestrale sui sinistri inseriti nell’apposita banca dati dalle imprese di assicurazione, per garantire omogeneità e oggettiva definizione di criteri di trattamento dei medesimi dati. L’IVASS deve altresì redigere apposita relazione all’esito di tale verifica le cui risultanze sono considerate anche per definire la significatività degli sconti sulle polizze.
-In tema di risarcimento del danno non patrimoniale, il comma 17 sostituisce l’articolo 138 del CAP, con il quale si demanda ad un D.P.R. la predisposizione di una specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica, delle menomazioni alla integrità psico-fisica comprese tra dieci e cento punti e del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all'età del soggetto leso. Le finalità della emanazione della tabella per le macrolesioni sono garantire il diritto delle vittime dei sinistri ad un pieno risarcimento del danno non patrimoniale effettivamente subito e razionalizzare i costi gravanti sul sistema assicurativo e sui consumatori. I principi e i criteri che devono essere seguiti, nella redazione della tabella, tengono conto dei criteri valutativi del danno non patrimoniale ritenuti congrui dalla consolidata giurisprudenza di legittimità.
-Il comma 25 estende il principio della durata annuale del contratto RC Auto e del divieto di rinnovo tacito, a richiesta dell’assicurato, anche ai contratti stipulati per i rischi accessori (ad es. incendio e furto), qualora la polizza accessoria sia stata stipulata in abbinamento a quella della R.C. Auto (col medesimo contratto ovvero con un contratto stipulato contestualmente).
Avvocati. Per i legali in arrivo due importanti novità:
-l’esercizio della professione forense in forma societaria è consentito a società di persone, di capitali o cooperative iscritte in apposita sezione speciale dell'albo tenuto dall'ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società:
-i soci, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, devono essere avvocati iscritti all'albo, ovvero avvocati iscritti all'albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni; il venire meno di questa condizione costituisce causa di scioglimento della società (il consiglio dell'ordine procede alla cancellazione della società dall'albo, salvo che questa non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine di sei mesi).
-La maggioranza dei membri dell'organo di gestione deve essere composta da soci avvocati.
-I componenti dell'organo di gestione non possono essere estranei alla compagine sociale; i soci professionisti possono rivestire la carica di amministratori.
-Resta fermo il principio della personalità della prestazione professionale.
-L'incarico può essere svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente.
-È vietata la partecipazione societaria tramite società fiduciarie, trust o per interposta persona, pena l'esclusione di diritto del socio.
-La sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall'albo nel quale è iscritto costituisce causa di esclusione dalla società.
-Le società sono in ogni caso tenute al rispetto del codice deontologico forense e sono soggette alla competenza disciplinare dell'ordine di appartenenza.
Notai. Novità in arrivo anche per i notai:
-il numero dei notai salirà da 1 ogni 7 mila abitanti a 1 ogni 5 mila. Il registro delle successioni, fino ad oggi tenuto dalle cancellerie dei tribunali, ora sarà curato dal Consiglio nazionale del notariato. Continuerà ad essere richiesto l’intervento del notaio per la costituzione di srl semplificate. Viene esteso l’ambito territoriale nel quale il notaio può esercitare le proprie funzioni: le funzioni, fino ad oggi limitate al solo distretto di corte d’appello in cui si trova la sede assegnata, potranno essere svolte in tutto il territorio della regione in cui si trova la sede notarile nonché nel territorio del distretto di corte d’appello se questo comprende più regioni. La legge interviene anche sul tema della pubblicità professionale dei notai, allineandone la disciplina a quella prevista per tutte le professioni dal regolamento di riforma degli ordinamenti professionali (D.P.R. 137 del 2012). Altre novità infine riguardano le disposizioni sugli obblighi per notai e pubblici ufficiali di depositare alcune somme su conti correnti dedicati.
Servizi postali. Durerà altri due mesi il monopolio di Poste sull’invio di multe e notifiche di atti giudiziari: i commi 57 e 58 sopprimono, a decorrere dal 10 settembre 2017, l’attribuzione in esclusiva alla società Poste italiane Spa (quale fornitore del Servizio universale postale) dei servizi inerenti le notificazioni e comunicazioni di atti giudiziari nonché dei servizi inerenti le notificazioni delle violazioni del codice della strada.
Bollette. Dal luglio 2019 è prevista la liberalizzazione delle tariffe di luce e gas. Il comma 59 determina l’interruzione del regime “di maggior tutela” nel settore del gas naturale, abrogando, a partire dal 1° luglio 2019, la disciplina che prevede la definizione da parte dell’Autorità per l’energia delle tariffe del gas per i consumatori che non abbiano ancora optato per un fornitore sul mercato libero. Questo nonostante ci sia evidenza che le bollette di chi si rivolge a un fornitore scelto sul mercato libero sono più alte.
Bonus elettrico e gas. I commi 75, 76 e 77 demandano a un decreto del MiSE la disciplina delle modalità di erogazione ed eventuale rimodulazione del bonus elettrico e del bonus gas, ossia dei favori economici a sostegno dei clienti economicamente svantaggiati e dei clienti domestici presso i quali sono presenti persone che versano in gravi condizioni di salute, tali da richiedere l’utilizzo di apparecchiature medico-terapeutiche, alimentate ad energia elettrica, necessarie per il loro mantenimento in vita.
Trasporto pubblico non di linea - Uber. Entro 12 mesi il governo è delegato ad adottare un decreto legislativo per la revisione della disciplina in materia di autoservizi pubblici non di linea, come Uber e Ncc. Tra i principi e criteri del decreto delegato, la legge prevede di armonizzare l’offerta di servizi alle nuove forme di mobilità che si svolgono grazie ad applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti, unita alla necessità di adeguare il sistema sanzionatorio per le violazioni amministrative, individuando sanzioni efficaci, dissuasive e proporzionate alla gravità della violazione, anche ai fini di contrasto di fenomeni di abusivismo. Inoltre, il comma 170 integra le disposizioni in materia di autoservizi pubblici non di linea, previste dall'articolo 1, comma 2, lettera b), della legge 15 gennaio 1992, n. 21 stabilendo che il servizio di noleggio con conducente, oltre che con autovetture, motocarrozzette, natanti e veicoli a trazione animale possa essere svolto anche a mezzo di velocipedi.
Farmacie. Il comma 157 consente l’ingresso di società di capitale nella titolarità dell’esercizio della farmacia privata e rimuove il limite delle 4 licenze, attualmente previsto, in capo ad una identica società. Le società di capitali potranno controllare le farmacie ma dovranno rispettare un tetto del 20% su base regionale. I medicinali di fascia C con obbligo di ricetta continuano a poter essere venduti solo in farmacia.
Telemarketing. Cancellato il comma introdotto alla Camera che imponeva all’operatore di call center, al momento di  avvio di un contatto, anche non sollecitato con l’abbonato, di richiedere un esplicito consenso al proseguimento della conversazione.
Tariffe hotel. Introdotto il parity rate, ovvero la clausola che impedisce agli alberghi di pubblicizzare sul proprio portale prezzi inferiori a quelli esposti sui grandi portali di intermediazione.

Fonte:www.altalex.com/Legge sulla concorrenza: via libera definitivo. Cosa cambia per assicurazioni, energia e professioni | Altalex

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