lunedì 17 settembre 2018

Veicolo in fila nel traffico: il conducente deve comunque indossare le cinture

I giudici della seconda sezione civile della Corte di cassazione hanno affermato, con l'ordinanza n. 20230 del 31 luglio 2018 che quando il veicolo è in fila nel traffico, anche se momentaneamente in arresto, il conducente deve comunque aver indossato le cinture, mentre ne è esentato durante la fermata e la sosta.
Il caso - Un automobilista proponeva ricorso innanzi al Giudice di Pace di La Spezia, avverso il verbale di infrazione con il quale gli era stata contestata la violazione dell'articolo 172 per mancato uso delle cinture di sicurezza durante la guida. Il Giudice di Pace respingeva il ricorso. Avverso tale decisione l'automobilista proponeva appello davanti al Tribunale di La Spezia che veniva respinto in quanto, oltre ad aver evidenziato la genericità dell'atto impugnato riteneva che l'esonero dall'uso obbligatorio delle cinture di sicurezza dovesse essere accertato dalla competente Asl, mentre il ricorrente aveva prodotto soltanto un certificato medico. Considerava poi che la breve sosta del veicolo in fila dietro altri sulla direttrice di marcia non esprimesse una condizione di staticità e quindi non esonerasse il conducente dall'obbligo di usare la cintura di sicurezza. L'automobilista propone ricorso per cassazione, lamentando, tra l'altro la violazione e falsa applicazione degli articoli 157 e 172 del codice della strada, in quanto il Tribunale avrebbe errato nel non ravvisare la situazione di staticità del veicolo e il conseguente esonero del conducente dall'uso della cintura di sicurezza.
La decisione - Gli Ermellini respingono il ricorso ritenendolo infondato perché la condizione di stasi, o di moto, del veicolo, in quanto necessariamente presupposta dalla contestazione relativa al mancato uso della cintura di sicurezza, costituisce oggetto diretto dell'accertamento eseguito dai verbalizzanti, e quindi non può essere posta in discussione se non attraverso la querela di falso.
In argomento, occorre ribadire il principio per cui nel giudizio di opposizione a ordinanza ingiunzione relativo al pagamento di una sanzione amministrativa è ammessa la contestazione e la prova unicamente delle circostanze di fatto della violazione che non sono attestate nel verbale di accertamento come avvenute alla presenza del pubblico ufficiale o rispetto alle quali l'atto non è suscettibile di fede privilegiata per una sua irrisolvibile contraddittorietà oggettiva, mentre è riservata al giudizio di querela di falso, nel quale non sussistono limiti di prova e che è diretto anche a verificare la correttezza dell'operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l'esame di ogni questione concernente l'alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell'effettivo svolgersi dei fatti.
La Corte rileva che il precedente richiamato dal ricorrente (Cassazione, sezione II, sentenza n. 9674 del 23 aprile 2007) si riferiva a una fattispecie completamente diversa da quella oggetto del presente giudizio: in quel caso, infatti, il veicolo era fermo in fila con altri veicoli, in attesa di accedere a un parcheggio quando si fossero liberati i necessari posti. La differenza tra le due fattispecie va colta nel fatto che quando il veicolo è in coda lungo la direttrice di marcia, a causa del traffico o per altro motivo, si realizza una situazione analoga a quella che si verifica in presenza di un semaforo indicante luce rossa: la “sosta”, in queste ipotesi, non esprime una condizione di stasi, ma semplicemente un momentaneo arresto dovuto a contingenze o a esigenze di sicurezza della circolazione.
Questa condizione, in altri termini, proprio in virtù della sua natura temporanea non solo non esclude la circolazione del veicolo, ma anzi la conferma.

fonte: Cassa Forense - Dat Avvocato

domenica 16 settembre 2018

Omesso versamento di ritenute, applicabile la particolare tenuità

Deve essere assolto per particolare tenuità del fatto l'imprenditore che ometta di versare le ritenute per un importo di poco superiore a 10 mila euro.
E' quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 3 settembre 2018, n. 39413.
Il caso vedeva un imprenditore essere condannato per il delitto di cui all'art. 2, comma 1-bis, d.l. 12 settembre 1983, n. 463, convertito con modificazioni dalla l. 11 novembre 1983, n. 638, per aver omesso di versare all'INPS le ritenute assistenziali e previdenziali operate sulle retribuzioni dei dipendenti di varie mensilità dell'anno 2010.
L'art. 131-bis c.p., stabilisce che nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore al massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l'esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell'art. 133, comma 1, c.p., l'offesa sia di particolare tenuità e il comportamento risulti non abituale. L'offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando l'autore abbia agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o abbia adoperato sevizie o ancora abbia approfittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all'età della stessa o quando la condotta abbia cagionato o da essa siano derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona. Il comportamento deve ritenersi abituale nel caso in cui l'autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali o reiterate.
Nel caso di specie è ben possibile che le diverse mensilità consentano di integrare un unico reato, che si consuma solo nel momento in cui si raggiunga la soglia di punibilità di 10.000 euro annui. Si tratta, infatti, di una fattispecie criminosa connotata da una progressione criminosa nel cui ambito, superato il limite di legge, le ulteriori omissioni consumate nel corso del medesimo anno si atteggiano a momenti esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata, la cui definitiva cessazione coincide con la scadenza del termine previsto per il versamento dell'ultima mensilità, ovvero con la data del 16 gennaio dell'anno successivo (Cass. pen., Sez. III, 20 ottobre 2016, n. 649).
La causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto è certamente applicabile ai reati di omissione di versamenti contributivi, per i quali il legislatore abbia fissato una soglia di punibilità, solo se gli importi omessi superino di poco l'ammontare di tale soglia, considerato che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale (Cass. pen., Sez. III, 3 ottobre 2017, n. 3292).
Ciò premesso deve essere censurata la motivazione dei giudici di merito che ha ancorato il diniego della causa di non punibilità in oggetto alla mera pluralità delle mensilità interessate, senza alcuna verifica del momento in cui si sia verificato il superamento della soglia di punibilità e, soprattutto, dell'effettiva entità dello stesso.

Fonte: Omesso versamento di ritenute, applicabile la particolare tenuità | Altalex

Veicolo in fila nel traffico: il conducente deve comunque indossare le cinture

I giudici della seconda sezione civile della Corte di cassazione hanno affermato, con l'ordinanza n. 20230 del 31 luglio 2018 che quando...