giovedì 16 gennaio 2020

Uso del cellulare: riconosciuto il nesso con alcuni tipi di tumore

Il giudice territoriale di Torino ha confermato la pronuncia del Tribunale di Ivrea, del 2017, che aveva sentenziato sul rapporto tra l’uso del cellulare e l’insorgenza dei tumori.
La vicenda riguarda un dipendente Telecom affetto da neurinoma del nervo acustico.

La vicenda
Un dipendente di Telecom Italia ha passato 15 anni della sua vita professionale utilizzando il telefonino, per oltre tre ore al giorno e senza protezioni. Gli veniva diagnosticato un neurinoma al nervo acustico, neoplasia di indole benigna, tuttavia invalidante. Portata la vicenda sui banchi della giustizia, il consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice del Lavoro di Ivrea aveva riconosciuto un danno biologico permanente pari al 23%, così comportando alla condanna dell’INAIL al pagamento di un’indennità vitalizia, da malattia professionale, di circa 500 euro mensili.
Il nesso causale
Il tempo trascorso, in misura considerevole al cellulare e l’insorgenza del tumore al cervello sono collegati causalmente, secondo la Corte d'Appello di Torino. Per gli stessi togati “esiste una legge scientifica di copertura che supporta l’affermazione del nesso causale secondo i criteri probabilistici ‘più probabile che non'”. I giudici territoriali hanno infatti confermato il dictum, già emesso in prima battuta dal Tribunale di Ivrea e con cui, nell'aprile 2017, l'Inail era stata condannata a corrispondere al lavoratore in questione una rendita vitalizia da malattia professionale.
Il rischio
Secondo uno studio occorrono solamente 30 minuti al giorno per otto anni, trascorsi col telefonino all'orecchio per essere a rischio di tumore.
Lo studio dell’ISS
La sentenza, che ha condiviso la lettura assegnata dalla consulenza tecnica, riconosce il nesso eziologico tra impiego massiccio del cellulare ed insorgenza di tumori al cervello, ma l'Istituto superiore di Sanità, che ha condotto una metanalisi degli studi pubblicati dal 1999 al 2017, qualche mese fa, pubblicandone gli esiti, ha concluso che, sulla base delle evidenze epidemiologiche attualmente a disposizione, l'utilizzo del telefono cellulare non risulta associato all'incidenza di neoplasie nelle aree più esposte alle radiofrequenza nel corso delle chiamate vocali.
Più in dettaglio, il Rapporto Istisan “Esposizione a radiofrequenze e tumori” curato da Istituto superiore di sanità, Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea, pur affermando che i dati attuali "non consentono valutazioni accurate del rischio dei tumori intracranici e mancano dati sugli effetti a lungo termine dell'uso del cellulare iniziato durante l'infanzia", rileva che, dalla metanalisi dei molteplici studi pubblicati in quasi due decenni, non si evidenziano incrementi dei rischi di tumori maligni o benigni in relazione all'impiego prolungato (dato fissato a 10 anni) dei telefoni mobili.
Gli esperti dell’ISS hanno inoltre rilevato, nello stesso Rapporto, che "i notevoli eccessi di rischio osservati in alcuni studi non sono coerenti con l'andamento temporale dei tassi d'incidenza dei tumori cerebrali che, a quasi 30 anni dall'introduzione dei cellulari, non hanno risentito del rapido e notevole aumento della prevalenza di esposizione".
Guardando al domani, e in particolare alle reti 5G, per stesso studio le emittenti aumenteranno, tuttavia avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti correnti, e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all'irradiazione indirizzabile verso l'utente (beam-forming) comporterà un'ulteriore diminuzione dei livelli medi di campo negli spazi circostanti.

fonte: www.altalex.it

Cartella esattoriale del credito contributivo si prescrive in 5 anni

L’Agenzia delle Entrate-riscossione deve riscuotere i contributi non pagati dai lavoratori autonomi, entro cinque anni, altrimenti il credito si prescrive.
E’ quanto chiarito dalla Cassazione Civile, Sez. VI - Lavoro, nell’ordinanza 9.12.2019, n. 32077 

Il fatto
Nella vicenda in esame, la Corte territoriale aveva confermato la decisione del giudice di primo grado che aveva accolto l'opposizione all’intimazione di pagamento avente ad oggetto crediti previdenziali dovuti da un lavoratore autonomo, rilevando l’avvenuta prescrizione dei crediti suddetti, dopo la notifica delle cartelle sottese all'intimazione.
Avverso tale sentenza, l’Agenzia delle entrate-riscossione, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell'art. 2946 c.c., del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49 e del D. Lgs. n. 46 del 1999, art. 17, in quanto la Corte territoriale aveva considerato applicabile, per il calcolo della prescrizione del credito esattoriale, il termine breve quinquennale, di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10, senza valutare, secondo la ricorrente, l'effetto novativo conseguente alla notifica delle cartelle di pagamento, che, invece, comporterebbe l'applicabilità del termine lungo decennale.
La decisione
La Cassazione ha rigettato la suddetta, unica censura, ritenendola inammissibile, in quanto, il giudice di merito aveva risolto le questioni contestate in modo conforme alla giurisprudenza consolidata della Corte di legittimità. A tal riguardo, assume rilievo il principio di diritto, già richiamato dalla Corte territoriale ed enunciato a Sezioni Unite nella sentenza n. 23397 del 17/11/2016, in virtù del quale, la scadenza del termine per impugnare la cartella di pagamento di cui al D. Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, determina l’irretrattabilità del credito contributivo senza che il termine prescrizionale breve, quinquennale, venga convertito in quello ordinario, decennale, ai sensi dell'art. 2953 c.c. Sulla scorta di tale dictum, la Suprema Corte ha precisato che, Inoltre, quest’ultima disposizione, si applica solo nei casi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, ma, nella controversia in esame, la cartella esattoriale avendo natura di atto amministrativo, non può acquistare efficacia di giudicato. Oltre a ciò, la circostanza che l'Agenzia delle Entrate sia subentrata come nuovo concessionario, non comporta il cambiamento della natura del credito, che resta assoggettato alle norme dettate per il regime prescrizionale, per cui, in mancanza di un titolo giudiziale definitivo, si applica nei confronti del creditore, la disciplina relativa alla prescrizione breve, prevista dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, invece che la regola generale sussidiaria di cui all'art. 2946 c.c., che prevede l’applicazione del termine decennale.
Alla luce delle predette argomentazioni, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando la ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del giudizio di legittimità.

fonte: www.altalex.it

Uso del cellulare: riconosciuto il nesso con alcuni tipi di tumore

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