lunedì 23 aprile 2018

Il boom dei finti autovelox, il Ministero è contrario: “Non sono stati omologati”

La spiegazione ufficiale è sempre la tanto sbandierata prevenzione. Ma la verità, a ben vedere, è un po’ diversa. E anche stavolta nasconde il solito tentativo dei Comuni italiani di ingrassare le casse con le multe. Il metodo è quello dei finti autovelox: gli automobilisti non hanno il tempo di rendersene conto, ma ai lati di moltissime strade spuntano strani e colorati dispositivi. Totem di forma diversa che a prima vista assomigliano tanto ai classici misuratori di velocità. In realtà, c’è un inganno: la colonnina piazzata dai vigili urbani è una specie di spaventapasseri. All’interno, infatti, l’autovelox non c’è quasi mai e anche chi non rispetta i limiti non rischia la multa. All’apparenza è tutto regolare: c’è il cartello che segnala il misuratore e la colonnina colorata è ben visibile. Ma c’è un dettaglio: «Questi totem non sono omologati. Anzi - specificano dal dipartimento Trasporti del ministero delle Infrastrutture - non potranno mai essere omologati. Per una ragione semplice: non sono previsti dal Codice della strada».
Questo, comunque, non vuol dire che siano illegali ed è proprio questo l’inghippo che consente ai vigili urbani di tanti comuni di piazzare i finti autovelox lungo le strade. Della serie: non sono autorizzati, ma neppure vietati. «Le colonnine di questo genere possono essere utilizzate per il controllo della velocità a precise condizioni - spiega Domenico Protospataro, vicequestore della polizia stradale - All’interno deve essere piazzato un dispositivo che sia stato omologato e accanto al totem deve essere presente una pattuglia. In modo che ogni automobilista possa rendersi conto del fatto che è in corso un controllo. Non solo: è necessario essere sicuri che il contenitore non alteri la funzionalità del vero autovelox».
Questo, insomma, è il grande equivoco: a rigor di legge, le colonnine svolgono, né più né meno, la stessa funzione di un cartello stradale che invita a ridurre la velocità. Con una differenza non secondaria: «Queste segnalazioni non rientrano tra quelle previste dalla legge - ribadiscono al Ministero delle Infrastrutture - Per questo motivo già più volte ne abbiamo sconsigliato l’utilizzo». Le note ufficiali del ministero sono due: la prima risale al 2014, in risposta a una richiesta di chiarimenti del sindaco di Torino, l’ultima è di febbraio scorso. Ma ai Comuni italiani continuano a piacere. E la spiegazione ufficiale, quella che danno tutti i sindaci, è sempre uguale: «L’obiettivo è indurre gli automobilisti a ridurre la velocità. D’altronde il totem risulta ben segnalato». Ma c’è il rovescio della medaglia: la segnalazione costante di un sistema di controllo che funziona solo di rado rischia di sortire l’effetto contrario. E cioè che nessuno si renda conto quando è attivo per davvero.
Questa, dunque, sembra la perfetta contraddizione a tutto ciò che impone la famosa «Direttiva Minniti» sui controlli della velocità lungo le strade italiane. Il cuore della disposizione, d’altronde, era abbastanza chiaro: gli accertamenti devono essere svolti in modo che gli automobilisti siano informati. E non è un caso che a pagina 17 della direttiva si parli proprio dei finti autovelox: «La maggior parte delle postazioni è normalmente vuota. Ma affinché il sistema sia mantenuto credibile nella percezione degli utenti, e che resti inalterata nel tempo la sua efficacia deterrente, è necessario che le colonnine vengano utilizzate con sistematicità». Tradotto: piazzare i totem è consentito solo se vengono utilizzati per davvero e costantemente. Gli inganni nelle strade non sono consentite. Ma il ministero della Infrastrutture ha a cuore anche un altro problema: «Le colonnine - si legge nelle note - rischiano di provocare pericoli alla circolazione».

fonte: Il boom dei finti autovelox contro il parere del ministero. “Non sono stati omologati” - La Stampa

domenica 22 aprile 2018

Corte costituzionale, niente più soldi per chi perde le cause di lavoro

Un lavoratore che si rivolge al giudice per un contenzioso di lavoro non è più obbligato a pagare le spese legali in caso di una decisione sfavorevole. Tradotto: il rischio di un esborso economico (che spesso si aggiunge a un licenziamento) può limitare le possibilità di rivolgersi al giudice. Per questo la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 92 del Codice di procedura civile, riformulato nel 2014.
I diritti dei lavoratori si allargano così un po’ di più. O per lo meno non si possono restringere, stando almeno alle ultime decisioni della Corte costituzionale. Il principio può sembrare scontato ma il problema si è posto sempre più frequentemente durante le cause di lavoro. E proprio su questo la Suprema corte ha scritto la sua ultima sentenza, con una decisione che farà esultare avvocati e sindacalisti.
«Una decisione che garantisce ancor ancora di più a tutti l’opportunità di far valere i propri diritti senza rischi – spiega l’avvocato Alberto Piccinini, presidente dell’associazione Comma2 –. La Suprema Corte afferma un principio importante: il lavoratore deve avere la possibilità di promuovere una causa senza poter conoscere elementi di fatto, rilevanti e decisivi, che sono nella disponibilità del solo datore di lavoro. Proprio quelli che spesso rischiano di determinare la sentenza finale».
Cosa cambia di fatto per le cause di lavoro? Le regole sono le stesse, ma si riducono i rischi per i dipendenti che chiedono al giudice di riconoscere alcuni loro diritti. «La riforma della norma del 2014 aveva comportato e comporta - sottolinea il presidente dell’associazione di avvocati che si occupano di diritto del lavoro - un crollo del contenzioso di lavoro: una situazione non da imputare a una riduzione della violazione dei diritti dei dipendenti, ma perché si è terrorizzata la parte debole del rapporto, che spesso non può permettersi di “mettere nel conto” l’esborso di migliaia di euro in assenza della certezza di vincere la causa».

fonte: Corte costituzionale, niente più soldi per chi perde le cause di lavoro - La Stampa

Il boom dei finti autovelox, il Ministero è contrario: “Non sono stati omologati”

La spiegazione ufficiale è sempre la tanto sbandierata prevenzione. Ma la verità, a ben vedere, è un po’ diversa. E anche stavolta nasconde ...