Meglio non parlar male dei colleghi. Soprattutto sui social network. A constatarlo un maresciallo della Guardia di Finanza, ritenuto colpevole di “diffamazione” per le frasi pubblicate sul suo profilo Facebook e relative a un commilitone (Cassazione, sentenza 49066/15).
Il caso
A dare il ‘la’ alla battaglia giudiziaria è lo sfogo del maresciallo sul social network. Davvero poco ortodossa la posizione lavorativa indicata su Facebook: “...attualmente defenestrato” – dal ruolo di ‘Comandante della Compania’ – “a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo... per vendetta gli tr... la moglie”.
Facile da immaginare la reazione del destinatario del messaggio, cioè «il maresciallo designato» come nuova guida «della Compagnia»... Inevitabile l’approdo nelle aule di giustizia, dove lo scritto privato pubblicato online viene ritenuto sufficiente per contestare il reato di «diffamazione».
Per i Giudici d’appello, difatti, è chiara la responsabilità del maresciallo defenestrato, così come è evidente «il carattere oggettivamente e gravemente ingiurioso e provocatorio delle espressioni sgradevolmente volgari» utilizzate, tali inoltre da «consentire la individuazione del destinatario, sia pure a un ristretto cerchio di persone». E peraltro «l’inserimento dello scritto nel sito web dimostrava la volontà di scegliere un mezzo di generalizzata attitudine ricettiva».
Secondo i due legali del maresciallo, però, la condanna è da rimettere in discussione. Ciò perché mancano, a loro dire, gli «elementi» utili a consentire l’individuazione del «destinatario» del messaggio leggibile su Facebook. Vicenda processuale da riaprire, quindi? Assolutamente no, ribattono ora dalla Cassazione. Consequenziale è la conferma della «condanna a tre mesi di reclusione militare». Per i giudici del ‘Palazzaccio’, difatti, è indiscutibile il «dolo» per la pubblicazione online del messaggio rivolto al commilitone. Decisivi, in questa ottica, due elementi: la «individuazione» del destinatario, anche se limitata a «un numero ristretto di persone, quali i militari della Compagnia»; il ricorso a «uno strumento comunicativo di generalizzata e spiccata attitudine ricettiva» quale Facebook.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Collega definito “raccomandato” su Facebook: condannato per diffamazione - La Stampa
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mercoledì 16 dicembre 2015
Collega definito “raccomandato” su Facebook: condannato per diffamazione

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