“Mongolo” e “ladro”. Così, tramite messaggio, il nipote apostrofa lo zio. Logica, e non discutibile, la condanna per il reato di ingiuria: è evidente la carica offensiva delle parole utilizzate dall’uomo nei confronti del familiare. Così ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11416/16, del 17 marzo scorso.
Volgarità. La linea difensiva utilizzata dal nipote davanti alla Cassazione è stata finalizzata a sminuire il valore negativo dei termini adoperati nei confronti dello zio.
Riferimento decisivo, secondo il legale, è l’«evoluzione dei costumi sociali».
Ma tale visione modernista viene respinta in modo netto dai Giudici di Cassazione. Ciò perché pare lapalissiana, secondo i Magistrati, la «carica offensiva del messaggio» inviato dall’uomo al telefonino dello zio.
Non discutibile il «carattere oggettivamente ingiurioso» delle parole utilizzate, cioè “mongolo di m...a” e “ladro”: ci si trova di fronte, spiegano i Giudici, a «gratuiti e volgari insulti», assolutamente inaccettabili a prescindere dal contesto.
Tutto ciò conduce alla conferma della condanna per il nipote.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Dà del “mongolo” allo zio: condannato per un ‘sms’ - La Stampa
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venerdì 18 marzo 2016
Dà del “mongolo” allo zio: condannato per un ‘sms’

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