Scorrono veloci i decenni, cambiano i costumi – in peggio o in meglio, fate voi... – e si modifica anche il linguaggio, includendo neologismi improponibili tempo addietro e parole ‘vietate’ sino a qualche anno fa... ma tutto ciò, a volte, può essere cancellato con poche righe. Esemplare la pronunzia con cui è stata confermata la condanna di un uomo per il reato di ingiuria: fatale l’aver additato una persona – un pubblico ufficiale – come “scemo” (Cassazione, sentenza 52082/14).
Il caso
Dal vocabolario ‘Treccani’ è facile recuperare il significato della parola ‘scemo’, con cui viene identificato un soggetto “scarso d’intelligenza, stupido, sciocco”. Allo stesso tempo, dalla vita quotidiana è altrettanto semplice desumere come la parola ‘scemo’ sia probabilmente la meno offensiva tra quelle utilizzate quasi in automatico, magari in un litigio, oppure in uno ‘scontro’ verbale a un semaforo. Proprio per questo, l’uomo condannato dal Giudice di pace per il «reato di ingiuria» chiede ai giudici della Cassazione di rivedere quella decisione, tenendo presente come «il termine ‘scemo’» non possa avere «valenza ingiuriosa, ai sensi della legge penale».
Obiezione inutile, però, almeno per i giudici del ‘Palazzaccio’, i quali confermano la condanna, ricordando – forse, indirettamente, anche ai cittadini italiani... – che «le frasi volgari e offensive sono idonee a integrare gli estremi del reato (di oltraggio) anche se siano divenute di uso corrente in particolari ambienti», perché «l’abitudine al linguaggio volgare e genericamente offensivo, proprio di determinati ceti sociali, non toglie alle dette frasi la loro obiettiva capacità di ledere», in questo caso, «il prestigio del pubblico ufficiale, con danno della pubblica amministrazione da esso rappresentata».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Stop all’imbarbarimento del linguaggio: condannato per la parola ‘scemo’
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martedì 16 dicembre 2014
Stop all’imbarbarimento del linguaggio: condannato per la parola ‘scemo’

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