domenica 15 ottobre 2017

Comune responsabile per il suicidio sul luogo di lavoro del vigile depresso

Il Comune è responsabile per il suicidio sul luogo di lavoro del vigile urbano depresso. Avrebbe dovuto adottare misure più incisive in grado di evitare la tragedia. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 23952/2017 depositata ieri, che ha reso definitiva la sentenza d'Appello, respingendo il ricorso dell'ente locale.
La vicenda - Il Comune di Roma dovrà risarcire la famiglia di un vigile urbano che si era tolto la vita nel 2003 negli uffici della motorizzazione. L'uomo soffriva di depressione e aveva già manifestato l'intenzione di suicidarsi tanto che per questo gli era stata ritirata l'arma di servizio. Nonostante questo l'uomo era riuscito a prendere da un cassetto la pistola di un collega e si era sparato.
La moglie e la figlia dell'uomo avevano chiamato in causa il Comune e il collega: dopo il ritiro dell'arma non erano state prese precauzioni ulteriori, come armadietti blindati, e la pistola con cui il vigile si era sparato era di fatto incustodita.
In primo grado il tribunale aveva negato il risarcimento. Secondo il giudice, il Comune non aveva poteri per intervenire con maggiore incisività.
La decisione - La decisione era stata ribaltata dalla Corte d'Appello di Roma, che nel 2015 ma aveva ritenuto configurabile la responsabilità del Comune, dal momento che la decisione di suicidarsi non era stata improvvisa e imprevedibile e come tale inevitabile. I superiori, secondo i giudici d'appello, avrebbero dovuto evitare che le armi venissero lasciate a vista e allertare esplicitamente il collega di stanza del pericolo. Bastava che fossero adottate modalità di custodia diverse, controllandone l'effettivo rispetto, oppure si poteva sospendere il vigile dal servizio, come misura di estrema cautela.
Nel ricorso in Cassazione il Comune ha messo in discussione il nesso causale stabilito sostenendo che la presenza, estemporanea e del tutto fortuita della pistola, frutto della dimenticanza del collega, non è stata la causa del suicidio ma una semplice occasione. Di fronte a questa casualità, ogni precauzione ulteriore non avrebbe potuto impedire l'evento.
La Cassazione, però, si è attenuta ai fatti già accertati in sede d'Appello: il collega titolare della pistola non era stato avvisato del pericolo di suicidio. Ha dichiarato, perciò, inammissibile il ricorso dell'ente locale.
Ne esce pulito il collega per il quale già la Corte d'appello aveva escluso ogni responsabilità non potendo provare che questi sapesse delle difficoltà e del ritiro dell'arma.

fonte:Cassa Forense - Dat Avvocato

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