martedì 6 dicembre 2016

L’abitudine di contestare le sentenze spia di un pericoloso malessere civico

Osservandola, si ha la sensazione che la società occidentale stia scivolando verso un nuovo medioevo. La libertà – garantita costituzionalmente - di esprimere il proprio pensiero, che negli ultimi anni ha apparentemente avuto un'espansione senza precedenti, nella misura in cui – attraverso i social network e le moderne tecnologie – a chiunque è oggi consentito di “dire la sua”, è seriamente minacciata da una strisciante intolleranza che ha il suo apogeo proprio in quei mezzi che hanno permesso di esaltarla: l'opinione che si discosti dal pensiero dominante è molto spesso messa a tacere con insulti ed invettive.
Dall'estero giungono notizie ancora più allarmanti perché sono messi in discussione diritti altrettanto fondamentali come l'uguaglianza dei cittadini e la salute. Nel Regno Unito dal prossimo anno, sia pure in via sperimentale, per obesi e fumatori si allungheranno i tempi di attesa per determinati trattamenti sanitari perché sarà data la precedenza ai pazienti “virtuosi”. Un metodo alquanto discutibile di educazione ad una vita sana che nasconde in realtà l'esigenza di contenere i costi del servizio pubblico in nome di quella austerity che sta letteralmente demolendo lo stato sociale europeo.
Nel nostro paese invece sta divenendo un'abitudine contestare – talvolta in maniera estremamente violenta – le sentenze dei Giudici. Alcuni giorni addietro in un'aula del Tribunale di Roma è esplosa la rabbia dei parenti della vittima alla lettura del verdetto; ma non si tratta di un episodio isolato perché già in un recente passato alcune decisioni della magistratura – che avevano disatteso le aspettative di punizioni esemplari – sono state oggetto di veementi proteste di gruppi – non sempre ristretti – di cittadini: si pensi al processo Thyssen oppure a quello che ha visto sul banco degli imputati gli scienziati che non previdero il terremoto de L'Aquila.
Spie di un malessere civico che rischia di minare le fondamenta dello stato di diritto e che ha le sue cause anche nella moderna spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie.
Fraintendendo il sacrosanto diritto di informare, i mass media utilizzano le indagini ed i processi per aumentare la tiratura dei giornali o l'audience, imbastendo processi mediatici molto somiglianti a quelli di piazza dei secoli bui dell'umanità e nei quali i diritti degli imputati, a cominciare dalla presunzione di innocenza, sono platealmente violati.
Uno spettacolo non degno di un paese che si dichiara civile e che – a lungo andare – può delegittimare uno dei fondamentali poteri dello Stato, quello giudiziario, ingenerando il convincimento – in un'opinione pubblica sempre più frastornata e confusa – che la Giustizia, quella vera, non si celebra nelle aule dei Tribunali (luoghi ai più oscuri nei quali si muoverebbero frotte di avvocati il cui lavoro è considerato sempre più di intralcio all'accertamento delle verità e non di salvaguardia dei diritti) bensì nei salotti televisivi.

Fonte: www.ilsole24ore.com/L’abitudine di contestare le sentenze spia di un pericoloso malessere civico

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