martedì 3 settembre 2013

«Non sai fare l’avvocato...», telefonata rovente, e in ‘viva voce’ al professionista: condanna per averne offeso l’onore

 «Non sai fare l’avvocato...», telefonata rovente, e in ‘viva voce’ al professionista: condanna per averne offeso l’onore

Fatale l’impiego del ‘viva voce’ in occasione del colloquio telefonico tra il legale e l’ex marito di una sua cliente. Le frasi incriminate vengono diffuse urbi et orbi nello studio, e l’orecchio decisivo è quello della segretaria. Che con la propria deposizione conferma l’utilizzo di parole pesanti nei confronti del professionista.

Il caso
«Ma chi t’ha dato la laurea?». Domanda ironica, e vagamente offensiva. A maggior ragione se, come in questo caso, il destinatario è un professionista, un avvocato, per la precisione. Umanamente comprensibile la reazione piccata del professionista. E assolutamente legittima la condanna per la persona con la lingua troppo lunga... (Cassazione, sentenza 32131/13). Linea telefonica rovente quella che collega il legale e l’ex marito di una sua cliente: quest’ultimo, difatti, esprime giudizi poco edificanti sul professionista. A mo’ di esempio, basti citare la frase “Tu non sai fare l’avvocato...”. Inutile negare il contenuto della frase, inutile spaccare il capello in quattro su una ipotetica, diversa interpretazione delle parole usate dall’uomo: così, per i giudici di primo e di secondo grado, scontata è la condanna, per aver offeso il decoro del legale, «alla pena di 200 euro di multa, oltre al risarcimento dei danni». Decisivo, secondo la ricostruzione dell’episodio, il fatto che il telefono del professionista, contattato nel proprio studio, fosse in modalità ‘viva voce’: non a caso, è la segretaria dello studio a confermare le parole offensive rivolte al legale. E la posizione dell’uomo non è valutata come meno grave neanche nel contesto del Palazzaccio, nonostante egli richiami, soprattutto, da un lato, il fatto che la «telefonata» incriminata «fosse stata ascoltata» senza esserne «stato previamente avvisato», e, dall’altro, di conseguenza, la non ammissibilità della deposizione della segretaria, la persona, cioè, che aveva ascoltato il colloquio telefonico. Cristallino l’impiego del ‘viva voce’, da parte del legale, durante il colloquio coll’uomo, ma, ribattono i giudici, «tale elemento, rispondente all’uso professionale del telefono, diffuso nella collettività e, come tale, noto alla generalità dei consociati» è «privo di incisività», sia rispetto alla «esistenza» delle espressioni offensive utilizzate, sia rispetto alla «deposizione» resa dalla segretaria sull’episodio. Assolutamente legittima, quindi, la ricostruzione del fattaccio. Che conduce, di conseguenza, alla conferma della condanna nei confronti dell’uomo. Perché, chiariscono i giudici, è indubbia la «concreta efficacia offensiva» della frase utilizzata nei confronti del legale, ossia «non comprendo chi ti ha dato la laurea di avvocato».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

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